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DELL'IDRA I RACCONTI

Escrescenze di molle carne ingenerano vibratili vorticanti viluppi e garbugli insani....

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mercoledì, 21 ottobre 2009

QUELLA VOLTA 3

 

 

La donna arrivata a quel punto- cercò di dare al pugnale un’ultima occhiata circolare , come se volesse imprimerselo fotograficamente nella mente, e lo tenne di nuovo maldestramente – e con una mano sola- ancora per un lunghissimo istante, osservando questa volta in modo particolare l’impugnatura nera e lucida  che presentava dei risvolti in simil- ottone dorato allo stacco della  base piatta –con  poi   delle volute, delle specie di alette laterali  ai bordi estremi- ;  sul manico del pugnale c’era pure disegnato , anzi finemente cesellato -su una placchetta applicata  sulla sua parte centrale- quello che sembrava un fiore stilizzato (  e che a lei sembrò una riproduzione del giglio- simbolo comunale della signoria fiorentina, chissà perché le venne in mente Dante addirittura, come un flashback, incongruo)- il resto era di un nero specchiato a scacchi quadrangolari, che pareva far rilucere ancora di più la filettatura bilaterale della lama lucente.Di colpo parve diventare  timorosa, e , con un movimento di foga leggermente trattenuta, cercò di riposizionare il pugnale nel punto esatto dove l’aveva rinvenuto, al di sotto di quel materassino che nessuno prima di lei aveva sprimacciato e forse mai lavato,   nell’angolo a sinistra di quella lunga panca di legno di una tonalità molto chiara e che si trovava a occupare pressocchè totalmente una della pareti di quella cucina fumosa e eternamente tenuta all’oscuro da ogni spiraglio luminoso – anche di luce naturale- per via delle imposte chiuse anche in pieno giorno e strette contro certe  grate metalliche di spessore massiccio e mal ritinteggiate di un nero opaco, che fronteggiavano quei vetri che la donna aveva così difficoltà a tenere puliti, anche perchè i due lati estremi della panca occupavano ambedue ben più della metà dello spazio prospiciente i davanzali  delle due finestre inchiavardate .

Dopo avere riinfilato quel pugnale dal manico tozzo e verniciato di nero nella sua guaina di cuoio,  si assicurò di fermare anche la parte superiore al sistema di abbottonatura- anche esso di  rigido cuoio marrone scuro- chiudendolo anche con l’ausilio di un legaccio un po’ sfilacciato, forse il residuo di un nastro di seta di color rosa pallido.Una volta fatto questo, con meticolosità estrema coprì il pugnale con un pezzo di cartone- forse strappato a una scatola contenente calzature -a sua volta  immerso in un groviglio fatto di numerosi filamenti di lanugine formati dalla polvere accumulata, e da legacci e piccoli spaghi estremamente logori :quando- rivoltando il materassino- aveva scorto il pugnale lei aveva cercato di memorizzare tutto quello che l’occultava sia pure malamente, le era subito parso di essersi imbattuta in qualcosa di malsano e che esigeva tutta la sua  attenzione -e alla fine ricoperse il tutto con dei fazzolettini di carta appallottolati

 

 

postato da: DOMACCIA alle ore 19:09 | link | commenti (1)
categorie: racconti
lunedì, 03 agosto 2009

QUELLA VOLTA ( 2)

Per un breve attimo intenso- prima di rimetterlo nell'esatto punto al di sotto di quel materassino rivoltato e sprimacciato forse per la prima volta - si mise a osservarlo con attenzione, come soppesandolo: guardandolo bene ci si accorgeva che era uno strumento usabile da ambedue i lati della lama,sembrava una lama double-face- per un istante le vennero alla mente quei coltellini retraibili pronti all'uso che tengono poco spazio e che possono trarre da impacci nella vita in campagna - uno strano oggetto che forse doveva trovare un posto nella casisitica di entità ambigue e multiuso- come certi robot da cucina tuttofare che andavano per la maggiore, si disse incongruamente- uno strumento ascrivibile al pressocchè smisurato panorama di quelle strutture che spesso si presentavano al suo occhio con una forma sfuggente e malefica da giano-bifronte.
Lo spessore della lama non era sottile nel suo complesso, dava un'idea di consistenza opaca ma si andava però come assottigliando sempre più verso il bordo destro rispetto a quella sua impugnatura sporgente e breve, praticamente la parte destra era una filettatura unica, un qualcosa di acuminato e teso che mandava bagliori,mentre l'estremo bordo sulla sinistra era contornato per l'intera sua superfice verticale- fino all'intersecazione con l'impugnatura stessa- da seghettature arcuate e spesse che certo tagliavano ma con altre modalità e in altre occasioni, quelle porzioni sporgenti non dovevano limitarsi a tagliare, scorticavano forse:il taglio usando quella parte di lama non doveva essere un taglio netto, certo le sue erano illazioni, e tutto quello che stava pensando non era veritiero. Nella parte più rientrante e di maggiore spessore sembrava di toccare una superficie oleosa,unta da un che di appicicaticcio e indefinibile,il pugnale  pareva bagnato, rilucidato di recente con un apparecchio smerigliatore, sembrava uscito dall'armaiolo da pochissimo, ancora mai usato, o forse ripulito con estrema accuratezza dopo averne saggiato il filo della lama su qualcosa- le pareva addirittura che proprio di fronte all'entrata di quella abitazione- in uno slargo non troppo esteso che confinava con un giardinetto sguadrato e recintato al limitare di uno spiazzo ghiaiato più ampio e direttamente confinante con l'asfalto della strada provinciale che in quel punto curvava- ci fosse un armamentario a mola e con pedali di legno putrescente che a lei aveva fatto pensare a un macchinario da arrotino ormai in disuso. Magari - si disse tra sè le donna-quel pugnale era stato provato già una prima volta, forse su un animaletto selvatico giunto fin lì - in prossimità di quel gruppo raccolto di case di frazione- dopo avere tentato la fuga attraverso certi vasti appezzamenti non più coltivati,e che intervallavano le propaggini e le porzioni sempre più estese di boschi inselvatichiti e aperti pressocchè tutti i giorni alle battute di caccia di squadre venatorie in tute finto-mimetiche, da rambo militarizzati.

postato da: DOMACCIA alle ore 15:46 | link | commenti
categorie: racconti
lunedì, 08 giugno 2009

QUELLA VOLTA

Quella fu la mattina in cui,proprio al di sotto di un materassino di gommapiuma rivestito di una specie di rivestimento multicolore che pareva fin incollato nonostante una cerniera attestasse che si trattava di un coprimaterasso di quelli sfoderabili– vi erano disegnati grandi fiori anonimi di quelli stampati in serie su un fondo giallastro di un tessuto rasposo ma certo lavabile a grandi temperature- e proprio in corrispondenza della zona dove tre cuscinetti di minimo spessore, dei cuscinetti leziosi da camere di bambine- e tutti nella tonalità del violaceo virante sul rosa garanza -venivano d'abitudine malamente ingolfati anzi insaccati con un gesto di vera furia in una federa incolore di misura standard e dalla trama lisa per farne una specie di poggiatesta come da ordine impartitole -la signora addetta alla pulizia settimanale trovò un pugnale dalla lama affilata e ricurva sulla sua parte superiore che terminava con una linea ondulata, una specie di curva subito mozzata,a lei che non se ne intendeva parve uno strumento tozzo, per mani tozze, squadrate, per tenerlo bene in mano bisognava avere mani da macellaio, dal palmo teso e fermo, non si doveva sudare nel tenerlo, per un breve istante lei lo tenne fermo ma dovette usare ambedue gli arti superiori cercando di impugnarlo al meglio per bilanciarne il peso di oggetto massiccio,e quasi le stava scivolando da quelle sue mani coperte -come ogni volta che si recava in quella casa- da sottili guanti di cucina di colore giallognolo e di misura medium, di quelli adatti a ogni uso, che rimanevano incollati alla pelle, aderenti al massimo, impalpabili.

All'inizio quasi non se ne era accorta, di cosa esattamente le era capitato tra le mani,subito però aveva avuto un gesto di ripulsa come se avesse inavvertitamente toccato un materiale viscido e inerte che non si sarebbe dovuto trovare in quel luogo, ma non si era detta”oddio, no, ma questo mi pare un pugnale, no, no,oddio, che roba..mah, oddio oddio” aveva avuto solo un breve brivido, per via del materiale gelido e compatto, qualcosa che le era parso duro e vibrante,e dal quale ci si doveva allontanare in fretta.

postato da: DOMACCIA alle ore 21:48 | link | commenti (6)
categorie: racconti, incipit
mercoledì, 10 dicembre 2008

IL TALE, L'AUTISTA


Il cieco scendeva sempre alla pizzeria detta oasi e poi, dopo essersene stato un po' lì ma non troppo e anche misteriosamente per chi non lo conosceva a fondo- oltretutto diceva che i proprietari erano dei suoi parenti alla lontana, ed era quello il motivo per cui si fermava ogni volta lì, come andasse a finire in un luogo sicuro e familiare, anche se la maggior parte delle volte e nonostante queste sue abitudini inveterate e anche leggermente ossessive, una sorta di passi altamente obbligati e malsani come se il cieco non avesse scelta e fosse un animaletto – cavia in gabbia sempre li a ruotare invasato e insonne- preferiva sempre raggiungere poi il paese andandosene a piedi su uno dei marciapiedi stretti del ponte, subito dopo avere oltrepassato una certa curva angolata sulla destra, quella che sul suo margine estremo era delimitata da un piccolo spazio adattato a raccogliere i rifiuti differenziati che finivano in certe campane plastificate sempre stracolme e oltre le quali appena dietro iniziava poi una stradetta sterrata che finiva in una frazioncina laterale e defilata, la frazione che tempo addietro era stata interessata da un movimento franoso, che l'aveva quasi portata a scomparire e comunque c'era mancato davvero poco che alcune casette finissero per cadere sprofondate nelle acque di quel fiumiciattolo che subito passato quel centro abitato arrivava minaccioso a formare gorghi e come delle ripide verdastre e mugghianti, come se si formassero precipizi e cascatelle lungo quella sua linea a zig zag che – in quei tratti e proseguendo per pochi chilometri ancora- pareva un susseguirsi di gole tenebrose , poichè ai suoi due lati si fronteggiavano i contrafforti semimontuosi di alcune colline che durante i lunghi inverni parevano fatti solo di pietra, salvo poi verdeggiare di morbido verde nelle belle stagioni dando l'impressione che tutti i sentieri a picco che una volta servivano agli scarsi abitanti di quei bricchi fossero stati cancellati dal pervasivo moltiplicarsi di un verdeggiare malsano e avvolgente come quello di un eden primigenio che volesse cancellare le tracce di luoghi una volta abitati. Camminando da quel lato del ponte- il lato destro che di solito prendeva il cieco per andare in paese, anche se era pericoloso, perchè era lo stesso lato in cui procedevano le macchine- non si potevano vedere i disastri procurati dai sommovimenti franosi, quei residui cicatriziali li si potevano visualizzare solo guardando l'intero panorama del paese dalla parte sinistra e fin verso l'entrata del borgo, quando si vedevano certe propaggini ondulate, strette e frammiste una sull'altra che potevano fin quasi sembrare una sovrapposizione a strati di terreni e prati prima distinti e separati, sembravano gli strati sovrapposti di una torta che avesse subito degli schiacciamenti forzosi e maligni, e per un occhio attento allora era quasi possibile visualizzare le linee di sfagliamento, quelle di rottura e spostamento, tipiche di quella zona montana depressa e preappenninica, che veniva definita come zona sottoposta a sommovimenti franosi continui, e quindi non del tutto assestata, di terreno friabile che era di origini calcaree, una cosidetta zona a rischio per frane e scosse di assestamento di probabile origine tellurica, e quando lei guardava quel lato con attenzione pensava chissà come a certe vedute di paesaggi orientali di risaie immerse in terreni umidi e quasi paludosi., terreni di marcite e di nebbioline gocciolanti.
Lei ricordava ancora una certa volta quando, attraverso passaggi stretti in una verzura soffocante di viluppi e liane nodose da giungla, e in compagnia di parenti vari, erano arrivati per caso e proprio da quel lato di quella frazioncina agli argini pietrosi del torrente che ora si voleva interrare in alcuni punti facendolo scorrere in tubature, e lei quella volta aveva scoperto che a quel punto le acque sprofondavano all'improvviso in buche di altezza indefinibile e in cavità improvvide a trabocchetto nei punti più inaspettati, delle specie di anfratti occultati da un verdeggiare pervasivo che dava al paesaggio intero un aspetto barbarico di mistero limaccioso nel procedere serpentino di curve e controcurve di liquidi cristallini in movimento impetuoso e forse terribile, schiume liquide e biancastre su certi pietroni lucidi e a picco e perfino aguzzi dove si rischiava di scivolare a ogni minimo movimento, e tutto era viscido e in bilico, nell'aria trafitta da luci pulsanti e come alonate da un riverbero azzurato nel pulsare gocciolante di un verde che stillava un odorume marcio e infestante, le era parso davvero di entrare in un mondo selvaggio, e proprio da quella parte destra, e per lei era stata una vera sorpresa, non se ne capacitava, di questo cambiamento repentino: il fiumiciattolo dall'altro lato si presentava lineare, e monotono nella sua piattezza biancastra per via dei sassi ovali levigati da acque di pochi centimetri e solo in vicinanza di una specie di piscinetta artificiale e che chiamavano I sassi neri- quello era l'unico punto dove ci si poteva tuffare con una certa sicurezza- si poteva vedere qualcosa di meno piatto e monotono, e davvero nessuno avrebbe pensato che a così breve distanza la natura e la conformazione cambiassero così drasticamente.
Quell'uomo, il cieco- certo tutti sapevano il suo patronimico, ma con l'andare del tempo, oramai pressocche tutti lo nominavano così, genericamente, quasi lui fosse diventato l'emblema di un'intera situazione esistenziale- quello della famiglia dei ciechi- e quel termine indefinito oltretutto permetteva alla gente di parlarne anche male, di dire finalmente ciò che pensavano del suo carattere duro e ombroso- se ne andava ogni volta a piedi e dopo quella sua e sempre ripetuta breve sosta al bar oasi, quasi per sgranchirsi le gambe, per prendere un po' di aria, da quella sua vita abitudinaria e tremendamente uguale a se stessa, da diversi decenni ormai.
Egli scendeva appunto a una fermata precedente di bus e poi continuava a piedi su quel ponte di recente costruzione, al più tardi risalente ai primi decenni del '900, non ci si poteva sbagliare, lo testimoniavano quelle che a lei parevano delle riproduzioni fotografiche in bianco e nero, e alquanto artigianali, degli ingrandimenti un po' sgranati come dei vecchi fogli di giornale riprodotti e come appiccicati su delle tavole di notevole spessore, e appesi - squadrati come erano e senza bisogno di una cornice- sulle pareti del bar-pizzeria centralizzato: lì il ponte non compariva ancora, il nucleo originario del paese – pochi edifici, ancora riconoscibili, immutati del resto-sembrava unito da una stradetta sterrata che congiungeva le due sponde del fiume attraversandolo nel suo punto più stretto, seguendo naturalmente le sue anse sassose e arrivando poi a collegare la strada delle frazioni montuose con l'arteria pressocchè unica del comune E a lei quel panorama pareva più bello, incastonato senza forzature nell'ambiente naturale circostante.
Quell'uomo passava solitario e come un'ombra informe ma che era capace di rimanere impressa sulla retina – ogni tanto, ma solo nella bella stagione, si poteva vedere anche una donna vedova di ascendenze francesi che se ne andava calma e a testa bassa a fare la spesa con il suo borsone munito di rotelle rotelle, di altri non ne passavano-su quel ponte -spartiacque, costruito talmente alto su quel torrente da parere un qualcosa di incongruo, una specie di abusiva cattedrale nel deserto, un manufatto inutile e pachidermico sopra quel corso di poche acque ristrette e rese un rigagnolo giallastro quando i periodi di siccità duravano troppo a lungo. E ogni volta che ci si azzardava a proseguire a piedi lì sopra ci si sentiva come spinti da folate fredde di vento polare anche nella bella stagione, come se altissime volute gelide arrivassero fin lì sopra in alto spinte da mulinelli mefitici che certo provenivano da sotto quelle quattro campate poggianti su certi piloni cementati e anodini che parevano l'esecuzione trascinata stancamente e portata a compimento dopo un numero inenarrabile di rattoppi dovuti certo a mancanza di finanziamenti adeguati ( Si trattava di un'opera in muratura fatta alla grossa e incolore, anche se poi qualcuno le aveva parlato di una ristrutturazione abbastanza recente, un'opera quella seconda volta fatta a regola d'arte dicevano, dopo un'alluvione che aveva reso necessario fare esplodere completamente le arcate spezzate del ponte : e tutti gli abitanti più anziani se lo ricordavano bene, quell'avvenimento epocale, non solo per il disagio arrecato al traffico a causa dell'obbligato utilizzo di un ponte sostitutivo di chiatte opera del genio pontieri richiamato in fretta e furia dalla provincia, ma soprattutto perchè -all'atto del brillamento delle cariche espolosive- un tale, il figlio dell'ultimo “orsante” della zona e di quella che tutti chiamavano la svedese, il personaggio che aveva la fama di essere esperto in piccole ruberie- era il ruba galline della zona, ma non era poi così cattivo lo diceva perfino l'arciprete- incurante delle grida di avvertimento, aveva cercato di attraversare con un balzo felino i due tronconi penzolanti del ponte- aveva coraggio da vendere, quel tale, e poi che cosa mai sarebbe potuto succedergli-e di lui era rimasto ben poco, ma che luucc d'un lucon ...in fondo se l'era cercata, e nessuno aveva pianto per lui.
Anche X ondulava più del solito facendo quel ponte, e ancora più che lungo i soliti percorsi delle strade principali, anche lui pareva procedere obliquo e come spostasse un muro aereo che gli si opponesse di continuo e che solo lui sentiva- il vento veniva dalle anse delle sottostanti acque, era quello lo spazio circoscritto più ventoso dell'intera zona e di quel particolare paese affossato tra conche, un territorio investito spesso e all'improvviso da certi venti parossistici che bruciavano le colture e rinsecchivano di un giallo stinto grandi appezzamenti e boscaglie - e per sapere dove procedere il cieco batteva come suo solito ogni singola asta del parapetto metallico con un bastone ridipinto maldestramente di bianco- è un bastone grezzo, lo si vede chiaramente con tutti quei nodi e quella struttura contorta, pare un ramo dipinto con dei colori di un bianco sporco da un bambino per divertimento- faceva tintinnare metalliche quelle sbarre eternamente scrostate del parapetto, finchè arrivava alla fine, e allora svoltava immettendosi lungo la via principale e questi gesti di assestamento posturale a ogni passettino lento e sbilenco, li ripeteva poi al ritorno, per verificare di essere giunto esattamente nei pressi di quella panchina di marmo che segna la fermata del bus che lo deve riportare a casa. Giunto lì, e per via di un suo misterioso orologio interno che lo preavverte che sta arrivando il pulmino senza che lui sia costretto a chiedere l'ora a nessuno lì attorno- ha un carattere duro, non gli piace chiedere alcunchè a nessuno e si mette sempre avanti a tutti, come un prepotente , una figura dominante, pronto a fare a botte per la difesa del suo territorio, dai suoi gesti si potrebbe credere che abbia imparato a muoversi come un rabdomante in ricerca di un punto sotterraneo - raggiunge quel punto, il punto esatto e invisibile di una fermata non indicata da nessun cartello-orario, e lo fa dando alla fine dei colpetti con quel suo bastone all'insegna metallica che avverte che il benzinaio è aperto: si sente il rimbombo, si sente, l'insegna è fissata a terra, ma maldestramente, pende obliquamente e tutta schiacciata da una parte verso la base plastificata del supporto che la tiene su, pare come ridotta da una pressa, forse qualcuno l'ha impattatata con un veicolo, e adesso sta su per miracolo, ma la vedova del benzinaio non l'ha ancora gettata via, sia pure ammaccata e pendente come indicazione può ancora servire nei giorni e negli orari in cui quel distributore rimane chiuso e bisogna arrangiarsi con il self-service.
Quel giorno sembrava che il pulmino prenotato per il ritorno tardasse più del solito, erano già passati quelli con direzione verso la zona della pineta, quella che contornava nella parte ad esso sovrastante uno spazio adibito a campeggio estivo con piscina per piccoli e adulti , e che era poi l'unica in tutta quella vallata, e lei si era sempre chiesta il motivo per cui in quei territori che si potevano definire di altezza medio- alta, zona di colline preappenniniche e di alcuni contrafforti certamente montuosi non ci fossero alberi e verde appartenenti alla specie degli aghiformi, pochissimi pressocchè inesistenti tranne la famosa pineta appunto, il punto da dove poi si poteva proseguire solo inerpicandosi ripidi con impennate senza gradualità e con sviluppi verticalizzati all'estremo per poi arrivare a certi villaggetti arcaici appollaiati su in cima e in ultimo a certe praterie da western con animali allo stato brado su un altopiano subito digradante, dopo curve e controcurve capaci di mettere a dura prova il sistema frenante e l'aderenza al terreno perfino delle vetture a trazione integrale, figurarsi poi di quei mini bus che parevano ogni anno più stretti, quasi subissero revisioni continue, e una specie di riadattamento on demand, con meno spazio a ogni diminuzione progressiva dei già pochi utenti statisticamente probabili in base alla popolazione risultante di quella zona da sempre depressa.
Il cieco-avvolto e quasi stretto in un giaccone di velluto a grosse coste e dalle tonalità violacee- aveva continuato a alzarsi , a avanzare con dei passettini trattenuti verso il confine invisibile dell'asfalto, in quel punto sgombro di marciapiedi, anzi a ben vedere da entrambi i lati di quella strada non ve ne erano poi, di marciapiedi veri e propri, in realtà vi erano solo dei tratti leggermente sopraelevati e antistanti le vetrine dei pochi negozi in attività, intervallati senza regola quasi arbitrariamente dai piani a livello dell'asfalto vero e proprio, e bisognava stare attenti a camminare -dati i dislivelli della strada- bisognava tenere gli occhi rivolti verso terra.
Come fosse solo in mezzo al gruppetto di chi aspettava in silenzio i bus per i diversi tragitti, si agitava più nervoso che mai, quasi inquieto, continuava in cadenza quasi violenta a picchiettare monotono con il suo bastone di un bianco grigiastro sul cartellone anodizzato dell'insegna del benzinaio che infatti presentava sulla superficie rettangolare degli affossamenti, delle specie di tacche : ogni colpetto dato dal bastone procurava- e aveva già provocato tempo addietro, quelli del cieco sembravano gesti ripetitivi, consueti, e ossessivi per via di una forza non calibrata, come se quell'uomo esagerasse, mettesse i puntini sulle i, volesse in realtà usare il bastone contro gli uomini con cui aveva a che fare e che disprezzava per colpe che lui solo conosceva- un avvallamento reso possibile dal materiale di risulta e dallo spessore millimetrico dell'insegna stessa , l'aveva deteriorata certo lui con quel suo bastone, l'insegna non l'aveva semidistrutta nessuna vettura incocciandovi contro per via magari di una manovra errata, in quello spazio ristretto e occupato spesso anche da autovetture in sosta non consentita.
Dopo questi colpettini di verifica così insistiti- una gragnuola di colpi- l'uomo poi faceva subitamente uno strano gesto accostando la testa verso il polso e sollevandosi nel contempo il risvolto del giaccone pesante, come se si mettesse a controllare di nascosto dagli altri che aspettavano il display pulsante di un qualche orologio appositamente tarato che lo tenesse al corrente dell'ora esatta del passaggio del minibus...quel maledetto bus- lui la chiamava corriera- era in ritardo, uffa, sempre aspettare bisognava, aspettare e poi aspettare, non erano mai in orario, diu t'a maledissa, continuava a borbottare, diu t'a maledissa, e poi si rimetteva più spostato verso il muro di una di quelle abitazioni accostate – alcune erano in posizione sopraelevata su certi terrazzamenti- allo spazio del benzinaio con annesso locale per lavaggio autovetture, cercando come meglio poteva di appoggiarsi a qualche angolo minimale di quella sola e anonima panchina di pietra porosa , che d'inverno faceva gelare i vecchi sempre carichi di borsone di plastica stracolme.
Quella volta il piccolo bus di colore azzurro cielo si presentava semivuoto, subito appena arrivato il cieco l'autista lo fece salire da dietro, nella seconda fila, quella subito dietro il divanetto anteriore dove accanto all'autista stesso potevano sedersi uno o al massimo due passeggeri, e lei di solito preferiva sedersi davanti, da lì si godeva meglio il panorama, e poi evitava la sensazione di stretto e soffocante, che sembrava caratterizzare i posti posteriori: seduti di dietro pareva di essere chiusi in una scatola di lamiera ondeggiante e pronta a ricevere colpi da ogni parte, oltretutto senza la possibilità di osservare la strada che si snodava tortuosa e nemmeno di tenersi fissi per maggiore sicurezza - ai lati non c'era nessun maniglione a cui potersi aggrappare, e le porte non erano a apertura e chiusura automatica , si vedeva chiaramente che quei bus in dotazione erano dei camioncini della fiat recuperati e poi ristrutturati per essere adattati in qualche modo a trasporto persone, tutta la struttura interna era stata messa dopo, anche i sedili, anche quello che sembrava il sopralzo a linoleum del pavimento- dove stavano incuneati i sedili posteriori ricoperti di tessuto blu e a viva forza puntellati in certe scalanature con marchingegni visibiliissimi e di colore nero luccicante come una vernce appena dipinta- le pareva un sistema inchiavardato ecco, l'intera parte dietro non era in origine che il vano carico-scarico merci del modello di furgone più richiesto dai fornitori- e i viaggi in quel modo, con quel mezzo arrangiato, finivano per essere quasi sempre diasagevoli, una piccola prova di tortura.
Con quel mezzo e su quelle strade si era costretti per forza a subire le inevitabili oscillazioni a cui il succedersi delle curve costringeva, a ogni curva uno scossone, e veniva davvero la tentazione di lanciare una smadonnata, proprio come faceva spesso il cieco, issato di dietro quasi fosse un grosso pacco dall'autista che poco prima – al momento della salita e della ripartenza- aveva fatto smuovere a livello più basso -e dopo aver spinto un pulsante a lei invisibile- un gradino che nel fuoriuscire si duplicava, e quello sottostante era semovibile fino a terra: quel tale aveva spinto X in su, quasi artigliandolo per un braccio, e subito dopo gli aveva ridato di malagrazia quel suo bastone di un bianco ingrigito, e dal manico stortignaccolo, che lui aveva appoggiato sul posto accanto e libero.
ll bus era in ritardo, e a lei era subito parso che il ritorno potesse per questo motivo essere peggiore del solito, d'altra parte alla guida c'era il più anziano degli autisti turnanti e poi lei proprio con quell'autista aveva avuto da ridire , già una o due volte glielo aveva detto lei, che non doveva accelerare sulle curve, che lei era costretta infatti a sedersi davanti perchè altrimenti poteva stare male, con tutte quelle curve, e poi non le piaceva che le curve fossero prese- anzi, tagliate- in quel modo così pericoloso, come se dall'altra parte non ci potesse mai arrivare nessuno, sembrava che lì in quella zona montuosa e con le strade non troppo bentenute dagli addetti della provincia gli automobilisti stanziali volessero a ogni costo guadagnare terreno predendo delle scorciatoie, come facevano un tempo, quando le strade carrabili non c'erano ancora, e allora per raggiungere certi paesi di valle si tagliava per i campi e per i pendii, usando dei tratturi ormai nascosti da grovigli sterminati di erbe e arbusti cresciuti a dismisura. E già più di una volta ai suoi inviti di guidare piano per favore quell'autista le aveva fatto presente che lui aveva tanti impegni, poi doveva tornare subito indietro, e doveva pulire quello stesso autobus, il suo compito non era solo quello di guidare , lui, lui doveva lucidare e lavare il bus, e lo doveva fare per limitare i costi di quella azienda pubblica da cui dipendeva in subappalto, lui non ne aveva di tempo da buttare, non era mica come lei. Lui aveva sempre lavorato duramente ecchecredeva, ne aveva fatti di mestieri e di ogni tipo, e in tutta italia, quel tale glielo sbatteva in faccia pressocchè ogni volta la vedeva, e tutte le volte che le aveva fatto presente questi suoi doveri minimi da autista di mezzo pubblico – lui avrebbe avuto l'obbligo di cercare di guidare al meglio e secondo le norme, gli continuava a dire- quell'autista invece si era poi messo a guidare ancora peggio, survoltando il trabiccolo, arrivando a strisciare i pneumatici come di abbrivio lì sulle curve tagliate oblique, e lei poi aveva preferito starsene zitta , limitandosi a guardare sulla strada che le scorreva davanti stretta, e meno male che su quei tornanti il traffico era pressocchè inesistente, tranne alcuni camion con rimorchi stracarichi di legname o balloni giganteschi di fieno che davano l'impressione di non essere ben fissati, e eccedenti il peso massimo consentito per quegli automezzi, e c'era allora solo da sperare che si fermassero poi alla pesa proprio lì in paese davanti al bar-pizzeria per verificare che tutto fosse nella norma, e magari farsi ridare un'occhiata ai ganci e ai fissaggi, con certi autoarticolati su quelle strade era meglio fermarsi e lasciarli passare, occupavano l'intera carreggiata e toglievano la visuale.
In quel momento però tutto sembrava sgombro, e solo le curve si succedevano alle curve, nel solito tragitto obbligato per raggiungere quelle frazioni disseminate a mezza costa e poi su in alto. Quel giorno il cieco era molto molto silenzioso, non aveva neppure detto all'autista di inserire nell'apposito comparto una delle sue cassette di musichette popolari che si portava immancabilmente dietro, e a lei sembrava di essere del tutto sola accanto a quell'autista
Era l'autista in capo, colui che – dopo lo spostamento di qualifica e di zona dell'ex segretaria addetta unicamente a ricevere le telefonate e la prenotazione dei viaggi on demand e che era stata spostata dopo alcune delazioni, l'avevano spostata infine a altro incarico perchè finiva sempre a andarsene al bar, praticamente non faceva nulla lì in quell'ufficetto defilato e minore- coordinava ora in prima persona le suddivisioni e le nomine giornaliere degli autisti lungo i vari percorsi possibili per raggiungere le numerose frazioni all'interno di quel territorio di superficie molto ampia, era quell' autista capo a decidere chi doveva andare e lungo quale tragitto, e in quale orario, d'altra parte faceva tutto lui, era il factotum in pratica, lavorava fin troppo e tappava pure le carenze di organico e le defezioni senza motivo, e la paga invece era sempre quella, accidenti a tutto il mondo porco, ce ne erano di ingiustizie e di infamie.
Il piccolo automezzo filava veloce, accelerando ancora di più nei limitati tratti rettilinei, in quei punti il guidatore pareva perfino un po' frenetico, e lo sguardo di lui le pareva allucinato, in quei momenti arrivava perfino a rimpiangere la presenza del suo sostituto, quello fin troppo rigido, quasi inerte, uno arrivato da poco, uno che non le sembrava di avere mai visto da quelle parti anche se lui affermava di essere originario di quelle zone: che strano a ripensarci era stato proprio quel sostituto a dirle come certe persone cercavano di approffittarsi della cecità di quell'altro passeggero che adesso se ne stava silenzioso di dietro, non gli davano quasi mai il resto esatto, anche se poi aveva glissato quando poi lei gli aveva chiesto di denunciare queste persone se lui era stato davvero testimone oculare di tali atti inqualificabili: d'improvviso lui aveva troncato il discorso e con le mani dalla forma allungata e leggermenti tremanti- certo sembrava nervoso quella volta, di un pallore quasi itterico - si era messo a posto gli occhiali fumè, di una tinta a mezzo tra un giallo ossidato e un verde vescica e poi sempre per darsi un tono si era ostentatamente messo a raddrizzare- distogliendo per un lungo attimo lo sguardo dalla guida- certi aggeggi cartonati a forma stilizzata di pino, dei marchingegni ondeggianti lì davanti al di sopra del cruscotto che avevano il compito di rilasciare essenze coprenti gli odori di quell'abitacolo troppo stretto (A lei, ogni volta che andando in bus posava il suo sguardo su quelle ondeggianti sagomette cartonate, venivano in mente quegli alberelli prima ritagliati e poi appiccicati sulle letterine degli auguri da offrire ai genitori in occasione dei festeggiamenti per il natale, ne teneva ancora una di quelle letterine, accanto all'alberello di un verde lucido certe linee smunte e minime tratteggiavano giuseppe e maria, e praticamente del gesù era rimasto solo una polverina giallognola a indicare quella che era stata un tempo l'aureola )
L'autista di quel giorno era quello dall'aspetto più attempato, un segaligno alto, e asimmetrico in volto, soprattutto lungo le linee delle labbra che -appena si metteva a parlare- sembravano delineare una specie di apertura sghemba, tanto che quasi sempre il suo sorriso pareva essere un sogghigno, ogni parola soppesata e pensata al di sotto di un pensiero malsano, sembrava avere le labbra di quel personaggio autoriale, quello interpretato da yack nicholson in quella famosa serie di film tratti dai fumetti della serie di Batman, la parte di Joker, una sorta di caratterizzazione magistrale del capo dei criminali della città di gotham, reso deforme dall'immersione in una vasca di acidi, e con stampigliato per sempre sulla sua faccia dal colore di gesso una folle risata chiusa entro sottili linee dal colore di sanguinaccio purpureo: certo lui pareva più smunto e scavato, con quelle sue guance un po' afflosciate, ma l'impressione immediata faceva pensare a una non esatta calibratura delle parti in cui si sarebbe potuto suddividere il volto secondo il modello della suddivisione aurea, lo strumento usato anche dai grandi pittori nello studio dell'anatomia delle fattezze umane, forse anche da quella bocca ci si sarebbe aspettati di sentirsi rivolgere con tono cantilenante e quasi osceno “Danzi mai con il diavolo al pallido plenilunio, danzi mai”, la domanda ipnotica e senza risposta, il tatuaggio verbale e dannato. prima dell'inizio del crimine innominabile.
Peccato davvero che l'altro passeggero non avesse portato con sé in quel suo borsello dalla foggia antiquata uno dei suoi mille ballabili registrati e duplicati con l'apparecchiatura argentea del karaoke domestico, lei quella volta l'avrebbe sentito volentieri uno di quei pezzi ripetitivi e con dei rif cantilenati con voce suadente che parlavano di amori appassionati e a buon fine, quei residui idilliaci di un mondo mai esistito, niente, non se lo era portato dietro quel giorno- strano davvero-e nell'abitacolo insisteva un silenzio costretto che la faceva rimanere a disagio, c'era un'ansia sotterranea, e lei era fuoriposto.
Sul rettilineo breve che stava iniziando a svolgersi nel tratto intermedio dove si avvicendavano due diverse frazioni dall'identica denominazione- l'unica differenza era nell'aggiunta nominale, una frazione era quella di sotto, l'altra di sopra.- all'improvviso lei si accorse di un assembramento folto e nerastro lì sull'asfalto- poco più oltre le gomme anteriori in movimento- sembrava un qualcosa di aggrovigliato e immobile, era uno stormo di uccelli, come raggruppati uno sull'altro, chissà che avevano trovato a terra, non se ne volevano andare, non si muovevano in alcun modo, lì sul'asfalto si stavano suddividendo qualche preda.
Di colpo lei si mise a dire: “ma non può rallentare almeno adesso, sembra che vada perfino più forte.. ma che, ma che lo fa apposta forse lo fa .. ma non li vede tutti quegli uccellini, ma la smetta.. rallenti su.... non è possibile, non è possibile.. ma che sta facendo mai, fa apposta fa, ..vuole forse prenderli sotto? Ma guardi che se continua così gli va addosso.. non vede che non si muovono, chissà perchè, ma sembrano fissati.. .. li vuole uccidere.. li vuole.. li vuole proprio uccidere.. maahh.. ma vada piano, vada..”
Prima di inchiodare sterzando in direzione apposta evitando per un soffio di trascinare gli uccelli sotto le ruote, l'autista aveva avuto il tempo di volgere il volto alla sua destra, ridacchiandole addosso, mentre il cieco seduto di dietro l'accompagnava con un ridacchiare convulso e maligno, un lungo singhiozzo rauco come se fosse divertito da quello che sarebbe potuto succedere.
“ Ehi, ehi, ma che cosa crede.. e allora.. anche se li schiacciavo tutti, ma che male c'era.. ma non lo sa che uccelli sono.. non se ne è accorta, non capisce niente.. sono dei piccioni..degli animalacci come gli storni e andrebbero ammazzati tutti.. sì sì.... almeno io avrei piacere a sterminarli.. sono degli uccelli terribili, dove vanno distruggono, fanno dei danni terribili, sporcano dappertutto, rovinano perfino i monumenti.. rovinano tutto.. ... a me praticamente hanno distrutto i davanzali delle finestre e anche il pavimento del balcone, .. eppure ho cercato di preservare i davanzali in tutti i modi.. l'avevo detto mille volte a mia moglie di non gettare briciole dalle finestre e sul balcone.. di non attirarli.. ho tentato di tutto.. all'inizio mettevo dei cartoni, ma non risolvevano niente.. tornavano e sporcavano e non lo sa lei che riescono a corrodere perfino il ferro.. espellono acido acido.. ha capito o no? . altro che cartoni allora mi sono informato ne ho provate di tutti i tipi.. mi stavano facendo impazzire.. ho messo di tutto sui posatoi, sul balcone, dappertutto.. mica volevo finire come quell'inquilina delle case popolari che alla fine ci ha perso un'occhio, e non l'hanno neppure indennizzata, colpa sua, macchè povera crista...
non era stata attenta.. no quella là non ha fatto attenzione.. altro che povera crista  non è stata attenta come me...prodotti chimici ci ho messo, un sistema di spilli d'acciaio ..e dappertutto e anche sui parapetti.. e poi mi sono fatto convincere a usare un dissuasore a scariche elettriche.. per un po' non ne ho più visti, ma poi.. uhh, ammazzarli tutti, ammazzarli tutti.. ci vuole una soluzione finale.. il napalm ci vorrebbe ..e i maledetti piccioni sgagazzatori e gli storni che rovinano anche i frutteti, ce ne sono troppi, troppi.. oh, se ripenso al mio balcone, sa io abito proprio nella piazza principale.. una bell'appartamento, ci tengo io alla mia casetta... ehh..magari avessi anch'io un fucile,, saprei io cosa fare.. e poi lei deve smettere di dirmi che cosa devo fare.. è lei che non capisce niente.. non sa niente, niente, altro che rallentare per via degli uccellini,, ma quali uccellini.. ucciderli tutti, ucciderli tutti, sterminarli anzi, sterminarli tutti altrochè.. e non mi dica più cosa devo fare!”
E quando – arrivati alla frazione- l'autista dopo avere azionato manualmente l'apertura della portiera perchè lei scendesse sogghignò una volta di più guardandola, si sentì dal fondo di quello che era stato il vano-furgone una risatella vacua e rasposa, a segnalare l'approvazione incondizionata e non bisognosa di parole dell'unico passeggero rimasto, del cieco appartenente alla famiglia dei ciechi: forse per il resto del loro tragitto i due camerati avrebbero cadenzato all'unisono, e tra un sogghigno e l'altro a deformare la linea delle labbra ”ucciderli tutti, ucciderli tutti, ecche ci vuole mai... così bisogna fare.. eliminarli.. farli fuori tutti”un macabro ritornello con alla base il ritmo tamburato e sempre più affannoso del ribattere monotematico del bastone da rabdomante maligno su quei tubolari verniciati di un nero vitreo in quell'abitacolo stretto.


































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categorie: racconti
mercoledì, 23 luglio 2008

IL TALE, L'AUTISTA

 Il  cieco scendeva sempre alla pizzeria detta oasi e poi, dopo essersene stato un po' lì ma non troppo e anche misteriosamente per chi non lo conosceva a fondo- oltretutto diceva che i proprietari erano dei suoi parenti alla lontana, ed era quello il motivo per cui si fermava ogni volta lì, come andasse a finire in un luogo sicuro e familiare, anche se la maggior parte delle volte e nonostante queste sue abitudini inveterate e anche leggermente ossessive( una sorta di passi altamente obbligati e malsani come se il cieco non avesse scelta e fosse un animaletto – cavia in gabbia ,sempre li a ruotare invasato e insonne) preferiva sempre  raggiungere il paese andandosene a piedi su uno dei marciapiedi stretti del ponte, subito dopo avere oltrepassato una certa curva angolata sulla destra, quella che proprio sul suo stesso margine estremo era delimitata da un piccolo spazio adattato a raccogliere i rifiuti differenziati che finivano in certe campane plastificate sempre stracolme e oltre le quali e subito dietro iniziava quella certa stradetta sterrata che finiva in una frazioncina laterale e defilata, la frazione che tempo addietro era stata interessata da un movimento franoso, che l'aveva quasi portata a scomparire e comunque c'era mancato davvero poco che alcune casette finissero per cadere sprofondate nelle acque di quel fiumiciattolo che-subito passato quel piccolo centro abitato- arrivava minaccioso  a formare gorghi e come delle ripide verdastre e mugghianti, come se ci dovessero aspettare precipizi e cascatelle lungo quella sua linea a zig zag che – in quei tratti e proseguendo per pochi chilometri ancora- pareva solo un susseguirsi di gole tenebrose, poichè ai suoi due lati e sia pure per un tratto molto breve si fronteggiavano i contrafforti semimontuosi di alcune colline che durante i lunghi inverni parevano fatti solo di pietra, salvo poi verdeggiare di morbido verde nelle belle stagioni dando l'impressione che tutti i sentieri a picco che una volta servivano agli scarsi abitanti di quei bricchi  sulle cime fossero stati cancellati dal pervasivo moltiplicarsi di  un verdeggiare malsano e avvolgente come quello di un eden primigenio che volesse cancellare le tracce di luoghi una volta abitati. Camminando da quel lato del ponte- il lato destro che di solito prendeva il cieco per andare in paese, anche se era pericoloso, perchè era lo stesso lato in cui procedevano le macchine- non si potevano vedere  i disastri procurati dai sommovimenti franosi, quei loro residui cicatriziali li si potevano visualizzare appieno solo guardando l'intero panorama del paese dalla parte opposta e fin verso l'entrata del borgo: e allora  si vedevano certe propaggini ondulate, strette e frammiste una sull'altra, che potevano fin quasi sembrare una sovrapposizione a strati di terreni e prati prima distinti e separati, sembravano  gli strati sovrapposti di una torta che avesse subito degli schiacciamenti forzosi e maligni, e per un occhio attento allora  era quasi possibile visualizzare le linee di sfagliamento e quelle di rottura e spostamento, tipiche di quella zona montana depressa e preappenninica, che  veniva protocollata statisticamente come una zona sottoposta a sommovimenti franosi leggerissimi ma continui, e quindi non del tutto assestata,fatta come  era di di una materia friabile, di un terreno che era di origini calcaree, una cosidetta zona a rischio per frane e scosse di assestamento di probabile origine tellurica, e quando lei -entrando nel paese dalla statale- guardava quel lato con attenzione pensava chissà come a certe vedute di paesaggi orientali di risaie immerse in terreni umidi e quasi paludosi, terreni di marcite e di nebbioline gocciolanti, terreni inglobati forzosamente  l'uno nell'altro come con dei sottili gradoni rientranti a formare delle specie di terrazzamenti artificiosi.
Lei ricordava ancora una certa volta quando, attraverso passaggi stretti in una verzura soffocante di viluppi e liane nodose da giungla, e in compagnia di parenti vari, tutti loro erano arrivati -per caso e proprio dal medesimo lato lato di quella stessa  frazioncina defilata- sugli argini pietrosi del torrente che ora si voleva interrare in alcuni punti facendolo scorrere in tubature per poi utilizzarne le acque solo in particolari periodi di secca, decisione che aveva generato la sollevazione del comune e degli abitanti tutti : e lei quella volta aveva scoperto che in quei punti le acque sprofondavano  all'improvviso  in buche di altezza indefinibile e in cavità improvvide a trabocchetto nei punti più inaspettati, in certe specie di anfratti occultati da un verdeggiare pervasivo che dava al paesaggio intero un aspetto barbarico di mistero limaccioso nel procedere serpentino di curve e controcurve di masse liquide e  cristalline in perenne movimento impetuoso e forse terribile, con dei risucchi e rivoltolii di schiume e bave biancastre su tutti quei pietroni lucidi e a picco e perfino aguzzi  dove lei aveva rischiato di scivolare a ogni suo minimo movimento. In quell'ansa del torrente seminascosta e inaspettata e in quella particolare occasione tutto le era sembrato viscido e in bilico, in quell'aria trafitta da luci pulsanti e come alonate da un riverbero azzurato e nel pulsare gocciolante di un verde spezzato da luci opalescenti e in cui pareva stillare  perfino un odorume marcio e infestante, a lei era parso davvero di entrare in un mondo selvaggio, e proprio da quella parte destra, e era stata una vera sorpresa, non se ne capacitava, di questo cambiamento repentino: il fiumiciattolo dall'altro lato del ponte si presentava lineare, e monotono nella sua piattezza biancastra per via di quei suoi sassi ovali  levigati da acque di pochi centimetri e solo in vicinanza di una specie di piscinetta artificiale e che chiamavano "I sassi neri"- che era poi   l'unico punto dove ci si poteva tuffare con una certa sicurezza- si poteva vedere  qualcosa di meno piatto e monotono, e davvero  nessuno avrebbe pensato che a così breve distanza la natura e la conformazione cambiassero così drasticamente.

incipit di un racconto intitolato appunto "Il TALE, L'aUTISTA"
postato da: DOMACCIA alle ore 21:17 | link | commenti
categorie: incipit
giovedì, 10 gennaio 2008

L'UOMO DEL BAR

Il bar era piccolo, e pure poco illuminato, e inoltre l'insieme dello spazio dava l'impressione di essere utilizzato male, come fosse lasciato volutamente alla deriva, ma, nonostante una immediata impressione di trascuratezza finanche respingente- era contrassegnato da un'insegna metallica dal nome marinaresco e di vetustà inenarrabile, oltretutto mal inchiavardata e come penzolante sul cemento screpolato di un edificio sul quale si incistava anche un elegante negozio di abbigliamento che con le sue ampie vetrine doppie sembrava stonare quasi poi fosse un corpo estraneo male amalgamato con ciò che lo attorniava -era molto frequentato, in alcuni giorni fin troppo, era un continuo entrare da una porta e uscire dall'altra, sembrava di avere a che fare con il flusso stordente tipico delle porte girevoli dei grandi alberghi.
Vi era un continuo via vai, forse perchè era un locale pubblico posizionato favorevolmente, anzi era quella l'unica ragione visto che non aveva nulla di bello, era comodo raggiungerlo, si trovava lungo la via principale – era una via pavimentata a porfido e a senso unico, per via di una certa strettezza dei margini laterali occupati in larga parte da marciapiedi più larghi del consueto - praticamente ce ne era una sola, di via che si potesse considerare meritevole di tale terminologia: solo una piazza rettangolare e quell'unica via c'erano in quel paesotto, le altre strade erano raccordi secondari, viuzze che finivano in punti ciechi o in slarghi privati senza sbocco, magari davanti a mura di cinta dai quali si potevano scorgere alberi di alto fusto, da una di queste ombreggiavano perfino i resti ormai considerati archeologici e pronti a essere recuperati di una delle prime imprese di materiali da costruzione mai formatesi, ormai era una fornace in disuso, la sede era stata spostata in una zona periferica, e adesso il comune aveva intenzione di usare quella magnifica struttura industriale ormai obsoleta ma ancora in buono stato per farne un centro culturale polivalente, lasciando intatti anche i forni appositi.
Quella era praticamente la “Via” di quel paese,oltre a quella parallela e pianeggiante che però si limitava a costeggiare il paese dall'esterno, lambendolo, e che era l'arteria provinciale a scorrimento veloce.di quel piccolo paese in accelerata espansione volumetrica per la sua gradevolezza ambientale e per un evidente progresso economico testimoniato dai continui insediamenti di capannoni lungo una via periferica appositamente denominata senza alcuna fantasia via dell'industria e dell'artigianato, e che era poi la stessa sulla quale sorgeva il solito cimitero con accanto la solita chiesa, che da pochissimo era stata ritinteggiata- con un atto di azzardo mai osato prima- di un bel colore giallo ocra con delle modanature color marrone scuro che meglio ne delineavano l'architettura complessiva- che la faceva parere di maggior pregio rispetto al vero, lì sulla curva estrema che segnava la fine del paese e l'inizio del ponte ad arcate- puntellate periodicamente con iniezioni di cemento e restaurate da poco perchè in erosione progressiva e risalenti a non si sa che epoca , anche se parevano maufatti abbastanza antichi- che segnava l'attraversamento di un fiume che in quel punto era a circa metà strada del suo cammino.
In quel baretto si poteva entrare da due parti, aveva due entrate, e questa era stata la fortuna dei gestori, visto che la probabilità che entrasse qualcuno era in un certo senso doppia rispetto agli altri esercizi commerciali similari: una delle entrate si affacciava direttamente sul corso principale, l'altra- che era aperta su un piccolo stanzino fumigoso e ingiallito con solo due tavolini e un televisore di grosse dimensioni abbarbicato su un mobiletto di truciolato che pareva traballante- l'altra dava su una piazza rettangolare abbastanza ampia e che era l'unica piazza del paese, quella famosa per un mercato settimanale che richiamava gente da tutto il circondario, soprattutto dalle frazioncine collinari che attorniavano un rivo d'acqua che tempo addietro meritava davvero la qualifica di fiume, e che da troppo tempo passava da una secca all'altra, biancheggiando sassoso nel suo alveo piatto e diritto.
Quella piattezza sassosa a cui si stava riducendo il corso di quel fiumicciatolo da un po' aveva iniziato a fare gola a società di escavazione per via della sabbia e di altro materiale da riporto, caricavano la sabbia su dei trabiccoli e la portavano via illegalmente durante le ore meno trafficate, quel fiume era in pieno degrado, oltretutto in alcuni particolari punti del suo corso lineare e appiattito, quelli più defilati, si erano venute a ricreare man mano discariche abusive di prodotti forse pericolosi, oltre che di rottame metallico di variegata natura, tutti trasportavano relitti e materiale di scarto proprio lungo le sue rive scalcinate e solo quando si era prospettato il probabile inquinamento delle acque si era deciso di correre ai ripari per via della sollevazione dei contadini rimasti, che temevano contaminazioni pericolose per quei loro terreni ancora coltivati.
E i punti meno in evidenza di quel suo lineare letto contornato da colline che in alcune ore del giorno acquistavano un'evanescente azzurrità che amplificava lo stesso suo limitare e faceva perdere la percezione esatta delle sue dimensioni a chi lo guardasse, risultavano nascosti da un verdeggiare vampiresco di rovi e di arbusti lussureggianti che impedivano la vista del suo alveo dalla strada provinciale che correva parallela, non si scorgeva nulla da quella strada diritta che metteva in comunicazione con la provincia. E più di una volta ci si era potuti accorgere di incidenti mortali solo quando autisti di mastodontici camion con rimorchio e che andavano a ritirare dalle campagne circostanti balloni di fieno da dare agli animali dando un'occhiata attorno dal loro posto di guida o dal loro cassone avevano visto luccicare tra erbe altissime la ferraglia di auto accortocciate come fossero dovute passare attraverso una mostruosa pressa , e allora avevano avvertito la locale stazione dei carabinieri, la cui costruzione spiccava con le sue mura color rosa antico quasi davanti al municipio, sembrava una villa vera e propria, era la più bella caserma dell'intero circondario.
La donna, la gerente del negozio, in quelle giornate di invasione clientelare- per via del mercato settimanale del martedì- era in movimento perpetuo, sempre pronta e presente, la si vedeva vorticare anzi più esattamente scivolare da una stanzetta all'altra senza sosta, volteggiava come se fosse in casa sua e lei se ne andasse in giro utilizzando delle patine di feltro su dei pavimenti tirati a specchio, scivolava sulle sue calzature raso terra, che non facevano che evidenziare in modo perfino fastidioso il suo baricentro basso, e l'ossatura robusta ma breve che inutilmente cercava di occultare con golfoni oversize e gonne lunghe a metà polpaccio, di buon materiale tessile ma senza forma, una specie di copritutto senza linee, un tendaggio rappezzato malamente a pseudo abbigliamento e solo con un grande e volitivo atto di immaginazione si sarebbe potuto indovinare la conformazione del suo corpo anche se un 'estate il marito – che quella volta era solo e tra l'altro con addosso una maglietta della salute senza maniche come se in quel giorno torrido si fosse sentito uno scaricatore di porto che dovesse muoversi libero a trasportare pesi di inaudita mole, e le maniche lo impicciassero, e lei quella volta guardandolo aveva per un istante indovinato l'oscura aderenza tra quella borgata di monotona piattezza e l'insegna del bar con un nome di animale marino - davanti alla sua faccia alquanto stupita si era messo inopinatamente a decantare di punto in bianco le lodi della venustà giovanile di quella sua moglie, facendo perfino intendere, in modo non del tutto allusivo, le sue mirabolanti qualità di femmina che certo era edotta dei minimi segreti dell'ars amatoria tutta, incredibile ma vero, lui ne era testimonio e parte in causa, lo poteva ben dire, lui.
Certo, lei era entrata per la prima volta in quel bar per puro caso, quelli adiacenti- e più belli- quel giorno erano strapieni, e lei voleva sedersi da qualche parte, era dunque entrata perchè accostando quella porta a vetri delimitata da un intreccio di manufatti metallici che parevano anodizzati, e che brillavano dorati come paccottiglia di simil oro- facendo otticamente a pugni con l'intercapedine di cemento scrostato entro cui l'entrata era inchiavardata malamente - aveva scorto finalmente un tavolino libero, nell'angolo più estremo e defilato, proprio in vicinanza di un simil divisorio strutturato a file incrociate di quadrati del tutto simile a quelle impalcature di finto legno che servono a infilare nelle camerette dei bambini oggettistica e souvenir di non eccessivo formato: lei osservandolo aveva pensato inopinatamente anche a quei graticci che servono di solito a fare salire più agevolmente le spire rampicanti di edere.abbellenti, forse ci aveva per un solo attimo pensato perchè in due di questi quadrati erano stati infilate in qiualche modo- lo spazio era del resto davvero minimo-due piantine grasse che forse erano state scelte perchè potevano sopravvivere anche in quell'ambiente con poca luce
E siccome sentiva la necessità di sedersi per un po' ed era stanca era entrata in quel bar senza averlo esattamente scelto, quasi per obbligo, e si era seduta dietro quella specie di separè, un incongruo separè, quasi una celletta, un fortilizio metaforico in uno spazio del resto limitato, c'era di bello solo che poteva starsene un po' lontana dalla frenesia di quel giorno di mercato, le era sembrato infatti che tutta la popolazione del circondario si fosse maniacalmente aggregata tutta insieme in quello spazio, in quel paese, e tutti nello stesso momento.
Il resto del bar era tutto un arruffio, un andare e venire, un entrare da una porta e un uscire dall'altra, e su tutto dominava un vocio di uomini seduti intenti e seri -come si trovassero poi in cerchi di affiliati a società esoteriche o forse massoniche a tramare movimenti sotterranei con un linguaggio da iniziati- uomini di aspetto più che maturo seduti a gruppi attorno a quei pochi tavolinetti rotondi che si indovinavano metallici sotto le frange penzolanti di certe tovagliette fissate con dei mollettoni e dalla trama consunta, e che però davano la mostra di essere abbastanza pulite, o forse si presentavano consunte perchè erano sempre le solite, lavate e rilavate, lei pens
Guardando- al momento dell'ordinazione da parte di quel gruppetto di avventori- la faccia della barista, quella prima volta si era detta, ma come li sta trattando male, quasi maleducatamente, certo è un po' strano, non lo dovrebbe fare, sembra quasi che le diano in qualche modo fastidio questi gruppetti di uomini, il suo volto sembra dire che il suo desiderio sarebbe quello di liberarsene a ogni costo, è...è davvero respingente, ma che razza di barista è, i gestori dei posti pubblici sono – quasi per contratto sembrano obbligati a esserlo, in fondo è nel loro interesse, o almeno dovrebbe – gentili per antonomasia, bah, forse è in una giornata no, la sua espressione è quella di una donna che non ne può più, che mai le avranno fatto, lei si era chiesta, ma così, tanto per fare, non ne era interessata più di tanto, le sembrava solo una cosa strana, tutto qua.
E proprio per via di quella faccia rincagnata e malmostosa della gerente, quasi a voler scoprirne l'occulta ragione di essere, lei, da quella posizione defilata e laterale, aveva iniziato a osservare il gruppo di uomini intenti a giocare a carte con una foga degna di migliore causa, i loro gesti in alcuni momenti erano di uomini pronti al combattimento, pronti a tutto, e i volti allora subivano alterazioni imponenti, i lineamenti tirati in espressioni irose a accompagnare imprecazioni e bestemmie, parole che perdevano un po' della loro crudezza solo perchè venivano detto con le tonalità strascicate e piene di erre dei dialetto tipico di quelle zone.Gli uomini non erano giovani, lei pensò che si doveva trattare di pensionati più giovani della media, o forse di persone in cassa integrazione, forse erano semplicemente degli uomini con molto tempo a disposizione, con ogni probabilità dei lavoratori in proprio che si ritagliavano delle pause a loro piacimento.
Nel gruppetto spiccava – non lo si poteva non notare, la sua menomazione sembrava sbattuta davanti agli occhi altrui, quasi con baldanza, quasi un avvertimento implicito di come a ben vedere le cose si potessero evolvere, e non ci doveva stupire, sarebbe stato da idioti stupirsene, le cose erano così, e basta- un uomo( che poi, alzatosi per andare a pagare la consumazione si rivelò alquanto imponente e dal fisico dotato di una residua robustezza)che al posto della gamba sinistra si portava dietro un moncherino tagliato al di sopra del ginocchio, e a lei le sembrò che fosse più robusto dalla parte destra, forse nel suo fisico si era stranamente ricreata – dopo l'amputazione, chissà se per malattia o forse per incidente- un riequilibrio, una sorta di compensazione a chiudere quel vuoto artificale causato dal trauma.
Lei all'inizio lo notò perchè era seduto esattamente in obliquo rispetto al suo sguardo, e non poteva non notarlo, si era accorta di un vuoto, di un tessuto floscio che pendeva dal bordo della sedia su cui si trovava, al posto della sua gamba sinistra aveva solo un moncherino, non aveva ancora messo una protesi, forse si trattava di cosa recente, e c'era un bastone grezzo dall'impugnatura arrotondata appoggiata al tavolino in modo da non intralciare i movimenti suoi e quelli altrui, e ogni tanto, anche senza alzarsi, l'uomo dal moncherino vi si appoggiava, con tutte e due le mani, come se quel bastone fosse un portafortuna, una sorta di amuleto da cui attingere energia, magari se lo era intagliato lui stesso dopo l'incidente che l'aveva reso invalido per sempre, in quelle zone aveva notato che tanti preferivano costruirsi dei bastoni da soli, intagliandoli in qualche ramo di quercia o di carpino, le piante autoctone di quel territorio : quel tale aveva certo cominciato a servirsene come fosse una leva, per cominciare a riabituarsi a gestire il suo corpo nel'attesa di potere disporre di una vera protesi, per la protesi ci voleva senz'altro del tempo, o forse lui non l'accettava nemmeno, e quella era una scelta definitiva.
Ben presto però, partendo da lui, si mise a osservare i suoi compagni di gioco, cercando di indovinare quale fosse l'uomo con cui faceva coppia in quella partita fatta con un mazzo di carte ormai logore, quasi bisunte, i colori erano quasi del tutto stinti, le figure apparivano corrose dopo essere state tanto maneggiate nel tempo, nonostante le schede fossero fatte di materiale plastificato e rigido, le carte di quel particolare gioco erano tutte così del resto, lei aveva potuto osservarle per un attimo quando la signora del bar aveva portato loro il mazzo strascinandosi lenta fino a loro: la donna aveva consegnato loro quel mazzo logoro con un gesto come di stizza, come se le desse fastidio che uno dei suoi tavolini potesse rimanere occupato troppo a lungo – e proprio in quel giorno di mercato in cui di solito si guadagnava molto- per via di un passatempo da perditempo che certo non l'avrebbe fatta guadagnare nulla, li conosceva lei quei tipi, li conosceva bene, non consumavano pressochè nulla, se fosse stato per lei avrebbe fatto sparire quei mazzi consunti,era suo marito che continuava a volerli tenere, forse perchè, nei pomeriggi lunghi d'estate, quando sua moglie se ne andava a riposare nella loro bella casa di recente acquisto, lui- in canottiera e con un grembiule di tela anch'esso di un bianco di bucato come se fosse un cuoco o un macellaio che dovesse trasportare nella cella frigorifera o sul bancone dei quarti interi di manzo- ne approfittava per mettersi a giocare come un forsennato, e per soldi, era al gerente che piaceva giocare e guardare giocare e anche adesso se ne stava spesso attorno, sogguardando i giocatori da dietro le spalle, cercando di indovinare il risultato della partita dalle carte che vedeva, sogghignando malandrino a errori marchiani che lui certo avrebbe abilmente evitato, lui esperto d'azzardo, e che- ogniqualvolta si accumulava una montagnetta di monetine dalle consumazioni -se le andava subito a giocare comprando schede di gratta e vinci nella tabaccheria che si trovava esattamente dalla parte antistante rispetto all'entrata di quel suo bar sulla via principale e allora se ne usciva dicendo alla moglie “vado a fare qiella pratica che sai”.e la moglie non diceva nulla,si limitava a guardarlo un po' in tralice, continuando a sogguardare con le pieghe delle labbra tirate all'ingiù e con uno sguardo quasi torvo quei maledetti scaldasedie che occupavano spazi e consumavano praticamente nulla, ogni tanto solo un calicedisecco, e alcuni di loro neppure quello, dei poveracci dei poveracci, lei era abituata a ben altro.
L'uomo che giocava in coppia con l'uomo del moncherino lei l'aveva già visto di sfuggita altre volte, anzi le sembrava che potesse essere lo stesso uomo in bicicletta a cui un giorno d'estate lungo una via assolata aveva chiesto dove si trovasse la biblioteca del paese, e lui aveva cercato di spiegarglielo in qualche modo, e meno male che poi lei aveva incontrato una signora che le aveva dato delle informazioni più esatte, certo quel tale aveva fatto finta di saperlo, magari si era fermato solo per curiosità maschile, e quella volta intanto che lui le stava parlando lei l'aveva osservato, e le era sembrato un uomo ridanciano, e sfuggente, e aveva avuto il tempo anche di notare che la sua mano appoggiata sul manubrio della bicicletta – la mano sinistra esattamente, quel particolare le era rimasto impresso, ricordava tutto con precisione- aveva delle macchie bianche e squamose, e dei lembi ai bordi si sollevavano come se quel tale si fosse grattato in una sorta di raptus fino a penetrare negli strati secondari della pelle.Ma quando lui aveva visto che lei gli guardava la mano subito di punto in bianco le aveva detto che sperava che avesse capito dove fosse la biblioteca, lui se ne doveva scappare via, aveva un impegno di lavoro, e lei allora lo aveva sogguardato ancora di più e si era messa a pensare alla genesi di quella desquamazione, la cui vista le aveva inopinatamente riportato alla mente i processi di muta di specie rettilesche quasi certamente appartenenti alla medesima categoria biologica e genetica degli alligatori, e aveva sentito dei brividi in rutto il suo corpo, come se anche quell'uomo fosse un rettile in muta.
E adesso quello stesso uomo era seduto in diagonale davanti all'uomo dal moncherino, era proprio quel tale il suo compagno di gioco, e era anche l'uomo su cui sembravano concentrarsi gli sguardi e i commenti di tutti i giocatori, lei iniziò a ascoltare,o almeno tentò di farlo, il livello delle voci degli avventori era un brusio di sottofondo ininterrotto, un mugugnare continuo spezzato ogni tanto senza uno schema logico da innalzamenti improvvisi che sembravano avvenire in una sorta di vuoto pneumatico nelle pause morte delle varie fasi di quel gioco tradizionale di carte
L'uomo senza gamba nei momenti di massima tensione si alzava di scatto come a voler dominare
gli altri astanti, torreggiando con il tronco e con la sua testa dalla capigliatura folta, e solo un leggero sbilanciamento posturale dalla parte destra mentre appoggiava le braccia sui bordi della sedia per sopperire alla leva dell'arto mancante lo faceva singolarmente lievitare come stesse fluttuando in mari alieni, e faceva il tutto senza nemmeno forzare, forse era passato poco tempo, aveva ancora la sindrome dell'arto fantasma, e lui si comportava come se tutto fosse rimasto immutato, e il suo volto era disteso, e decontratto.
I rimandi delle voci si sovrapponevano uno sull'altro, era difficile per lei distinguere chi parlava, quelle voci avevano tutte la medesima intonazione che poggiava su uno strascichio lento delle lettere finali, quegli uomini usavano spesso termini dialettali, si soffermavano su termini tecnici, su invenzioni gergali inventate lì per lì o magari da millenni a indicare i trucchi usati per indovinare le mosse degli avversari, a contrassegnare l'andamento vittorioso, a sollecitare la reazione irrazionale che avrebbe portato alla sconfitta, del resto tutti sembravano impegnarsi davvero, e le carte scivolavano, e le voci si sovrapponevano, e spesso le mani squamate di quell'uomo volteggiavano a mezz'aria imperiose come per prendere l'abbrivio prima che lui le gettasse, anzi le sbattesse sulla tovaglietta color paglierino, ogni volta sembrava che facesse un atto di forza, era il suo un gesto volitivo, un'azione che segnalava che tutto era vicino alla fine, e che la partita a quel punto l'aveva vinta lui da solo, il suo compagno non valeva nulla, e che poteva poi valere, con quel pantolone floscio e svolazzante che solo in quei momenti topici sembrava svelare il vuoto sottostante, il Carletto era una nullità in tutto, era perfino un handicappato, si era messo a svergognarlo a un certo punto, ma quell'altro non aveva neppure risposto.
Quell'uomo non le piaceva, le pareva un uomo aggressivo, quello, un caporione, lo intuiva, lo sapeva, chissà perchè, la sua era una sensazione sgradevole, la copia carbone di quel disagio senza motivo, quello del loro primo inusitato incontro, di quando – osservando quelle sue mani dove gli strati epiteliali le erano sembrati sottoposti a una erosione massiva di piccole scaglie morte e luccicanti e quasi argentate, delle cellule superficiali in esfoliazione- aveva per attimo pensato che quel signore chissà poi perchè ma non le piaceva, era un uomo untuoso, ecco, anche se aveva un aspetto estremamente rassicurante, al limite dell'anodino, e con un che di felpato: certo era un padre di famiglia, certo, e pure un grande lavoratore, lì, fermo davanti a lei,con un piede appoggiato sull'asfalto ma già pronto a scattare per essere infilato nel pedale di quella sua bicicletta nera perche aveva fretta, lui, lui, aveva degli impegni improrogabili, e poi, e poi, dove era la biblioteca, ma proprio a lui doveva andare a chiederlo, sì, sì, sapeva che da qualche parte la biblioteca c'era, ma, insomma, che se lo facesse spiegare da qualcun altro, lui non c'entrava, lui aveva fretta, ecco stava arrivando una donnetta, eccola là, quella là ma come ma come non la vedeva, era quella tutta in grigio, che chiedesse a lei, certo lo sapeva dove era la biblioteca, quella sapeva sempre tutto.
Mentre se lo stava vedendo sfuggire davanti agli occhi  come se del fuoco gli avesse attaccato quei suoi sandali estivi aperti su dei piedi scalzi come se in lui si nascondesse un fratacchione non più appartenente all'ordine, uno spretato ecco, - era sul finire dell'estate, quella prima volta e lui indossava un paio di sandali francescani -lei lo aveva visto, in una specie di allucinazione ottica, o almeno se lo era immaginato- sotto una lampadina smorta in un piccolo tinello pulitissimo e completamente asettico e odorante di lysoformio mentre l'apparecchio televisivo era acceso e rimandava delle vibrazioni azzurognole con l'audio al minimo, e sua moglie( certo la moglie,una qualsiasi moglie c'era, ci doveva essere, sulla sua mano sinistra teneva la vera ) sua moglie era andata a riposare: sotto quella luce giallognola lui invece era lì seduto e si grattava il dorso di quelle sue mani dall'ossatura larga, preso da pruriti malsani a partire da lacerazioni minime e pressocchè invisibili a occhio nudo, quel tale lì a grattarsi, a attendere il riformarsi della pelle, per poi ritornare a rimangiarsela, un uomo con un che di rettilesco ,anche in quel suo atteggiamento felpato, ben presto pronto a trasformarsi in uno slancio violento da proditore
Certo la visione di quell'uomo le aveva lasciato una strana sensazione fin da quella prima volta, ma le sue poteva darsi che fossero delle elucubrazioni fantascientifiche si era poi autoconvinta, il pomeriggio di quel giorno in cui si era imbattuta in lui lei era ancora sotto l'effetto dello spettacolo di quella stessa mattina.
Aprendo la porta di casa, aveva scorto qualcosa di indefinibile a una prima occhiata, un ammasso verdognolo e screziato che pareva fatto di plastica, plastica schiacciata quasi in poltiglia melmosa, e che era lì, sullo zerbino verde dell'entrata, quasi spiaccicato, un viluppo di erbe disseccate e terra impastata trascinate dagli zoccoli estivi usati in campagna, aveva pensato, o forse un giocattolino dalle fattezze di animale del mezozoico, di quelli che piacciono tanto ai bambini, e che qualcuno lascia sempre in giro, e che poi magari era stato riportato fino sull'uscio da uno dei cani, quello a cui piaceva azzannare animaletti vivi e anche oggetti casalinghi, quasi che dovesse di tanto in tanto verificare la durezza e l'affilatezza dei suoi denti da carnivoro.
Lei si era abbassata per raccoglierlo, e subito lo aveva lasciato ricadere, quasi inorridita, no, non era di plastica, era di un materiale scabro ma non artificioso, un qualcosa di biologicamente vivo, un residuo organico e cellulare: era ciò che rimaneva di una lucertola di montagna di grossa taglia, un ligon lo chiamavano nel dialetto di quelle zone, non aveva potuto poi appurare l'esatto suo nome scientifico quando aveva chiesto in giro che animale potesse mai essere, e quando aveva saputo che sì certo si doveva trattare di un ligon con qualcuno che poi aveva detto che poteva anche trattarsi di un ramarro e non c'era motivo di spaventarsi, era innocuo, un grosso lucertolone, lei si era rassicurata.
Da quel suo nome di ligon aveva anche pensato a un leone, i due termini avevano la stessa radice, erano onomatopeici, e infatti la struttura della testa di quel rettile aveva delle scalanature quasi delle creste a incorniciarla come dei barbigli antidiluviani e remoti che riportavano a certe specie dei primordi e anche alla criniera del leone, mentre nel resto del corpo- seppure di taglia massiccia e più grande- le sembrava proprio della stessa famiglia dei rettili,una lucertola del paleolitico che fosse venuta sulla veranda di casa a liberarsi della sua pelle nel periodo della muta: quelli che aveva rinvenuto quella mattina sullo zerbino erano gli scarti -- dalla consistenza di carta sgualcita - dei suoi rivestimenti cornei a scaglie, pelle di animale pronta a rompersi sottile nelle sue mani, pelle dalla consistenza rugosa di carta non troppo spessa ma abrasiva, al tatt)(toccandola quando ancora non poteva sapere di che cosa si trattasse) aveva provato freddo e repulsione, e subito aveva gettato quel qualcosa di informe ma ancora vivo, lo aveva gettato nel contenitore del materiale deperibile, da utilizzare come compost sotto nell'orto, nello stesso identico riporto di terra dove la sua vicina di casa aveva gettato pochi giorni avanti i resti ancora sanguinolenti di ciò che restava di un topo di campagna scempiato dal suo gattone fulvo di nome Giuseppino, che era sempre in caccia, squassato da una fame atavica, nonostante i bocconcini che gli dava.
E nel pomeriggio di quello stesso giorno poi, guardando sul dorso di quelle mani sconosciute le crosticine di un colore vermiglio framezzato da un bianco opaco, e dalla forma circolare e sfrangiata, delle simil cicatrici ancora fresche, si era messa a pensare per analogia alla muta di quel discendente in miniatura di sottospecie appartenenti alla stessa categoria dei dinosauri e le erano tornati alla mente quei residui rinsecchiti, quella pelle organica e dismessa:, e si era chiesta se anche quel tipo stesse in un suo misterioso e repulsivo periodo di muta...E era rabbrividita, brividi di freddo in quella calda giornata estiva...
E adesso, e adesso, a distanza di qualche tempo e ancora per un caso fortuito, era lì, nello stesso bar dove lui stava giocando in coppia con l'uomo dalla gamba amputata fino al ginocchio e che chinava il capo a ogni suo rimbrotto, mentre nessun altro in quella stanza piena di un vocio continuo sembrava fare caso a quelle sue mani chiazzate, si vedeva che era uno di loro da tempo immemorabile, nessuno faceva più caso a quelle sue depigmentazioni di certo antiestetiche, forse dopotutto non era una cosa tanto strana: a pensarci bene e razionalmente, non era niente di strano, forse si trattava di residui di una malattia dermatologica in fase di risoluzione, forse era lei che si metteva a elucubrare, partendo da particolari innocui, presa da suggestioni tutte sue.
La partita intanto stava terminando, la gerente del bar per tutto il tempo non aveva fatto altro che trotterellare instancabile da un punto all'altro, lo aveva fatto in un modo un po' illogico- o almeno a lei era sembrato così- non rispettava affatto l'ordine delle consumazioni. Lo aveva capito seguendola con lo sguardo nel suo andirivieni di volteggiatrice instancabile, la barista serviva per prima le donne, la torma di donne che sembrava conoscere personalmente a una a una, le salutava utilizzando dei diminutivi familiari, in quel paese tutti sembravano avere un soprannnome, un nomignolo, un'identità falsamente familistica, forse non si conoscevano neppure, e quei loro diminutivi servivano come identità appicicaticce, dei post it aleatori per evitare confusioni e per poter risalire ai rispettivi alberi genealogici.
Quelle donne piene di sacchetti si fermavano in quel baretto prima di immettersi nelle vie del mercato, uscendo direttamente sulla piazza antistante il retro decadente, passando attraverso quel bugigattolo dove c'era posto solo per due striminziti tavolini che fronteggiavano un televisore mastodontico i cui canali venivano cambiati in continuazione- per un lungo attimo ogni tanto sembrava che si potessero definitivamente sintonizzare su dei cartoni animati giapponesi lo si poteva indovinare da stridule voci infantilizzate artificiosamente- era il gerente in persona che cambiava compulsivamente i canali, era lui che lì sostava accasciato tra un cliente e l'altro, tutto stravaccato e preso da stanchezze improvvise, il giorno di mercato era il giorno peggiore, e lui era lì fin dall'alba.
Sua moglie, la barista, serviva per prima le donne, e quando si avvicinava al tavolo dei giocatori il suo passo per qualche strano arcano sembrava farsi millimetrico come fosse un'antica gheisha, il passo decelerato di qualcuno dai piedi artritici, infilati a forza in pianelle rasoterra che però sforzavano la struttura del piede, appiattendone le ossa di base, no, non c'era dubbio, quella donna li serviva di malavoglia, alcune volte lei aveva avuto l'impressione che volesse gettare loro addosso quei calici di vino, era riuscita a trattenersi all'ultimo istante, forse non voleva far scandali, o forse temeva le sicure convulsioni isteriche del marito in un caso del genere,  lui  aveva sempre la mente rivolta al businesse, il bussinesse era il bussinesse, diceva spesso, e oltre quello non c'era nient'altro, o forse solo le donne.
Quegli uomini non avevano dato però segno di essersene accorti, siccome frequentavano quel bar giornalmente certo avevano imparato a conoscerla, la barista, a loro non gliene importava nulla di quel suo atteggiamento scostante, forse l'avevano dovuta accettare come era, una foresta selvatica, probabilmente non era nata lì, o veniva dai monti, da uno di quei paesini abbarbicati sui bricchi, o forse era solo da poco che si comportava in quel modo e la si poteva perdonare, i suoi erano solo i segnali di stanchezza di chi avrebbe desiderato che il locale si svuotasse, doveva anche mettere su il minestrone, il marito glielo aveva gridato sgraziatamente, lui, che era quasi ora, del resto in quel locale agli inizi della loro gestione si serviva anche da mangiare, e tutte cose fatte a mano, loro vi erano entrati dopo decenni passati in germania in un bar-pizzeria, se ne intendevano di locali pubblici, e di gente, sapevano coma trattare, e servire, e andare incontro ai gusti dei clienti e infatti tutti i loro clienti erano sempre stati contenti del loro servizio, e se ne venivano da tutte le parti a mangiare i loro piatti tradizionali.
Quel giorno -era la prima volta che lei era capitata in quel bar, e solo perchè non aveva trovato da sedere in quelli vicini- era stata la stessa barista a farglielo sapere, che loro se ne intendevano di bar e di locali pubblici e di clienti, glielo aveva iniziato a dire quando si era dovuta fermata presso il suo tavolo a prendere l'ordinazione, il solito capuccino cremoso.
“ buongiorno, signora, buongiorno, ha visto quanta gente, eh, oggi è giorno di mercato, eh ma noi siamo abituati, alla gente, ormai siamo qui da tanto, ma prima avevamo un locale in germania, cucinavamo anche, sa , eravamo conosciuti e venivano in molti, e non solo italiani.. eravamo a k.. conosce,, è un paese importante e grosso eh quanto abbiamo lavorato, poi siamo dovuti ritornare qui per via della figlia, sa ..sa, le dico questo perchè non mi sembra di averla mai vista...lei da dove viene...no, non la conosco, non la conosco, ma da dove viene, è di qui..non l'ho mai vista prima...ehi, vengo subito, vengo subito, ho sentito..!”
E lei non aveva risposto, non aveva potuto rispondere, la barista se ne era andata senza aspettare la sua risposta, la stavano chiamando presso quel suo bancone sovraccarico di prodotti e di merendine,dappertutto per l'intera lunghezza dei lati e anche sul contenitore plastificato delle merendine confezionate- di fresche e artigianali non ce ne erano-dappertutto erano appiccicati volantini pubblicitari di ogni tipo, alcuni stampati, altri scritti a mano, erano quasi tutti inviti comunali a qualche festa tipica, del paese o della provincia, un affastellamento caotico che affaticava lo sguardo che per caso vi si fosse posato, certo con un po' di buona volontà alla fine ci si fissava su uno di quei volantini, ce ne era in particolare che spiccava su tutti, uno scritto con dei caratteri più in rilievo, e scuri, quello che invitava a una gara speciale che prevedeva un fucile come premio in due sezioni distinte di gare: lei, appena entrata, ne era rimasta colpita, aveva iniziato a dargli una scorsa perchè spiccava sugli altri  per via dei suoi caratteri tipografici marcati, e aveva deciso poi di dargli non si sa mai una seconda controllata quando sarebbe dovuta tornare al bancone per pagare.
Siccome le sembrava di essersene rimasta lì fin troppo si era messa a cercare i soldi della sua consumazione, in quel momentsembrava che quegli uomini stessero per iniziare un'altra partita, l'uomo con l'arto amputato si era riseduto all'identico posto di prima, dopo essersene andato per un po' in giro, forse per sgranchirsi e non anchilosare troppo l'arto già debole e sofferente. Quello di lui le era sembrato un circolo vizioso, una specie di gioco dell'oca, un aborto di movimento più che un vero e proprio movimento, l'uomo si era limitato infatti a andarsene fin sulla soglia di quell'altro stanzino, quello striminzito, quello che serviva da passaggio e da ripostiglio e da superficie di disbrigo: lì le pareti avevano l'aspetto più scrostato, e tutto fumigava perchè lateralmente ci si poteva immettere in uno spazio ancora più piccolo, quel buchetto che la barista osava chiamare cucina, in realtà un cucinino da gioco delle bambole e dalla metratura a malapena sufficiente per una specie di fornello a due fuochi, con dei ripiani per il disbrigo corrente di piccole faccende definibili come domestiche.
Era in quello spazio claustrofico e senza finestre( non c'erano neppure aperture che permettessero la fuoriuscita dei fumi della cottura ) che marito e moglie mangiavano a turno, visto che praticamente il bar non aveva orari di chiusura, la loro era una corvee vera e propria non essendoci ricambi, e chi per un attimo si affacciava in quello spazio provava il desiderio di ritornare subito indietro nell'altra stanza dove c'era il bancone, oppure di uscirsene sulla piazza a respirare, tutto era così stretto e fumigante, una specie di antro.
A quel punto, quando l'uomo menomato si era riseduto di nuovo- e lo aveva fatto con una specie di tonfo, quella volta non aveva calcolato bene la distanza dal ripiano della sedia - c'era stato una specie di scalpiccio, e uno spostamento di sedie, e tutti si erano riseduti, ognuno nell'identica posizione di poco prima, e le coppie dei giocatori erano rimaste immutate, come se tutto seguisse le modalità di un rito ripetuto fino all'ossessione, perfino le parole e gli atteggiamenti parevano seguire un medesimo usurato copione, solo i partecipanti non se ne accorgevano.
“ ehilà, ehi la, dico a te, sì a te, a te, Carletto, ueilà, stavolta gioca meglio, se no non gioco più con te, non vali nulla, proprio nulla, sì...ahh ahh...lo sapete tutti, ve ne siete accorti, che quello non vale nulla, niente sa fare, lo sapete tutti no, è inutile che ve lo dica, no, non è certo come me il Carletto, neanche alle carte vince, vince solo quando gioca con me...”
Era l'uomo sofferente di chissà quale alterazione dermatologica, l'uomo dal viscidume rettilesco perfino in quel suo sorriso falso e un po'storto che inframmezzava sornione qua e là, mentre con un certo suo sguardo di sbieco che girava su tutti gli avventori senza fermarsi mai su qualcuno in particolare- un suo sguardo freddo e come di disprezzo- c'era un barbaglio crudele, una invertebrata lucetta maligna, e lei – lì in quel suo angolino defilato che le permetteva solamente una visione non diretta secondo un'immaginaria linea diagonale che ambiguamente veniva a unirli casualmente - anche lei lo intercettava quel suo sguardo trafiggente e nel contempo sfuggente, sembrava che a quell'uomo non gli piacesse guardare direttamente negli occhi i suoi interlocutori, come certe categorie di animali pronti a aggredire se vengono fissati.
Sia pure obliquamente, un residuo, una scoria di quei suoi sguardi circolari andavano a colpirla spesso, come se gli sguardi e le parole di quell'uomo fossero in realtà indirizzati specificatamente a lei sola, che non lo conosceva neppure, anche se per ventura si era imbattuta in quel tale per via di quella domanda su dove fosse ubicata la biblioteca, aveva dovuto pur rivolgerla a qualcuno, e in quel momento su quella via periferica stava passando proprio quell'uomo, con quella sua bicicletta di antiquato modello e tinteggiata di un nero che la faceva parere fin elegante e lei allora non aveva potuto non fissare il dorso biancastro e eroso di quelle sue mani che si appoggiavano con forza sui manubri, quasi artigliandoli.
“ Ehi, ehilà, hai capito o no che stavolta devi stare più attento, questa è la bella, l'ultima partita, non voglio mica rischiare di perdere, non mi va, io vinco sempre, sempre, con le donne poi.. non parliamene ..ehila, questa ve la devo raccontare subito.. è troppo...ah, ah,  è troppo... ve la devo dire subito...non posso aspettare.no..
Ve la ricordate quella che ogni tanto veniva qui, sì...quella...quel morone che se ne stava sempre lì. lì in quell'angolino. Quello in fondo, dietro quel divisorio o come si chiama quella specie di separè insomma lì, dove adesso c'è quella signora.....buon giorno, buon giorno, signora, è nuova qui...non l'abbiamo mai vista ma lei non è di queste parti, è la prima volta che capita qui buongiorno eh..
insomma dai, sapete di chi parlo, quel morone là che non parlava con nessuno e che diceva buongiorno solo alla giovanna, e nessuno la conosceva..
Ah, certo...mi pare che la ricordate benissimo, non fate finta di non capire...ne avevamo anche parlato un paio di volte..
Sì, ebbene, sapete...qualche giorno fa... insomma sì, sì, me la sono fatta..e
insomma lo so, lo so che pare strano ma dovete crederci.. è stato così...ma . Me la sono fatta, era appena uscita da qui e l'ho vista che se ne stava andando al deposito degli autobus, lì, sul piazzale della vecchia stazioncina in disuso, sapete mi ha detto che abita in provincia da poco ..insomma io stavo andando al bar della stazione, dell'ex-stazione, avrei dovuto partecipare a una gara di carte, in palio c'era un bel cesto di salumi..ma quando l'ho vista... ho cambiato idea..
Mi sembrava incerta... titubante..mi sono offerto di darle un passaggio, sapevo che il primo bus ci sarebbe stato solo dopo un'ora, e lei mi sembrava avere una certa fretta, mi è venuto in mente appena l'ho vista, che avrei potuto tentare insomma,dai, su, era da tanto che ci pensavo su, e mi sono fatto avanti..., quel morone mi aveva sempre attizzato, e anche voi- me l'avete detto più di una volta,che anche voi ve la sareste fatta volentieri, dai, su, , ne avevamo fin parlato un giorno...Sì, certo, sembrava un tipo sulle sue, si dava delle arie...quella ... oh, delle arie : ma io non ci ho mai creduto a quelle sue arie..., e sapevo....
E infatti...quel giorno lì, avevo appena portato a casa mia moglie dopo che ero andata a prenderla alla fine del turno del suo lavoro, e lei mi aveva lasciato  per sbaglio sul sedile posteriore della macchina un pacchetto pieno di confezioni di calze nere di marca e di qualche altro gadget...
sapete no, dei prodotti della fabbrica x dove lavora..doni che si fanno ai dipendenti così ogni tanto ,e che lei si è dimenticata e allora mi è venuto in mente che avrei potuto offrirli al morone..e, e ..mi sono buttato.
sì, all'inizio...uhm..insomma non aveva l'aria di voler intendere che cosa volevo...ma poi.. l'ho incartata un po' su, ci so fare lo sapete, e alla fine ho preso una scorciatoia...le ho detto che era solo per farle vedere dei bei paesaggi prima di riaccompagnarla a casa sua  lei avrebbe voluto scendere e aveva messo la mano sulla maniglia.. l'ho portata in una zona un po'isolata, non c'era nessuno in giro.. l'ultima casa isolata l'avevamo passata da un pezzo.. eravamo arrivati quasi in cima.. avete capito, no...e lei non conosceva quella zona, sapete no, sopra la provinciale, sul tragitto vecchio di una volta...quello che seguiva la linea parallela del trenino che costeggiava il fiume
quel giorno mi piaceva troppo, aveva su una gonna rossa, una bella gonna rossa che le strusciava sulle cosce...ho cominciato a dirle che era un bel morone con quei suoi capelli neri .. e quella bella gonna rossa... ho fermato la macchina anche se lei non voleva e si guardava intorno spaurita.. e poi.. le ho messo le mani sulle cosce e lei me le ha tolte, mi ha graffiato tutto sul dorso...le ha spostate, le spostava e io continuavo a rimettergliele e ogni volta cercava di spostarle e usava anche le unghie ,non voleva ...poi alla fine è scesa.
E allora io ho tolto dal portabagagli una specie di materassino, piccolo, un materassino da lettino singolo, era quello per gli ospiti che tenevamo in casa  Mia moglie mi aveva detto che ormai era inusabile e che avrei dovuto gettarlo nella discarica, e invece quel giorno mi è servito.eccome quasi quasi non lo voglio più gettare spero che mia moglie non se ne accorga che è ancora nel mio bagagliaio, ma forse lo butterò via stasera sapete domani  dobbiamo andare a fare spesa grande e non vorrei che mia moglie se ne accorgesse ... .. ho steso il materassino e me la sono trascinata giù e poi me la sono tenuta vicina...sapete, le ho raccontate tante cose...e poi l'ho convinta..e abbiamo fatto l'amore acquattati sotto dei cespugli, su quel materassino sfondato un rottame...ma è servito lo stesso, ah..se è servito..intorno c'era come una radura, lei si è voluta però tenere su la sua gonna rossa...del resto era nuda...uhhmm che donna, che donna!,
Alla fine ci siamo messi a ridere...lei però non aveva detto nemmeno una parola prima anche lei quando tutto è finito  si è messa a ridere:ci siamo accorti che per tutto quel tempo una grossa mucca se ne era stata lì, vicinissima a dove eravamo noi, come se ci volesse guardare, non c'era nessuno in giro, tranne quella vacca.. . Era un posto che andava bene per noi, non c'era nessuno da quelle parti..solo noi e quella mucca..
e adesso adesso .. ricordatevi quello che vi ho detto, il morone si può fare, si può fare, eccome se si può.. voi dicevate di no, ehh io l'ho fatta .. le ho dato quelle calze nere, vorrei che le mettesse su, glielo dirò se la rivedrò mi piacerebbe vederla con le calze nere regalate a mia moglie dai capi della fabbrica..sapete a lei le ho detto che le buttate per errore in discarica, mi sono confuso e ho preso su tutto.. e lei ci ha creduto..in fondo si accontenta di poco..chi l'avrebbe mai detto.. la vacca...la vacca uhmm le vacche quel giorno..”
Tutti gli uomini attorno- si era avvicinato nel frattempo anche il gestore, i cartoni animati giapponesi erano terminati, non c'era più niente di interessante alla televisione, le sue giocate alla tabaccheria non gli avevano fruttato niente, e il pranzo non era ancora pronto, e a lui quegli argomenti interessavano, eccome, e allora se ne era venuto anche lui nello stanzone principale -si erano messi a ridere, dopo avere ascoltato e essere intervenuti a spezzare le parole di quell'uomo con ululati, delle specie di uhmmuhmm, delle grida smozzicate di giubilo come se fossero davanti a un ring virtuale dove si stava svolgendo una lotta animalesca,forse una gara di galli, uhmmuhmm come se stessero leccando qualcosa di gustoso
Durante il discorso si erano dati anche delle pacche sulle spalle, sembravano su di giri, elettrizzati da certe immagini lubriche, certo si stavano immaginando la donna tutta nuda con solo addosso quella stessa gonna rossa con cui l'avevano vista spesso andare in giro, quel morone che vedevano in quei loro pensieri con sul petto nudo e bianco entrambe le mani del loro compagno di gioco, che lei aveva graffiato e graffiato...e poi, e poi, tutti e due sul materassino da buttare, stesi sotto lo sguardo impassibile della mucca, forse se quei due si fossero accorti subito di quella presenza se ne sarebbero andati a gambe levate: ma invece no, no erano impegnati loro..che vacca.. che vacca.. quel morone eh,chi l'avrebbe detto, sempre lì, dietro il divisorio, stretta in quell'angolino con poca luce e tutta pensierosa, che non dava confidenza a nessuno..ah le donne, che porche, erano veramente tutte uguali, tutte uguali.si sapeva del resto, loro lo sapevano da tempo che non ci si poteva fidare di nessuna di loro.. tutte porche, tutte, bastava poco, in giro dicevano che perfino la tabaccaia, la figlia della tabaccaia, quel donnone la dava via,chi l'avrebbe mai detto... tutte , bastava prenderle con le buone, dar loro un contentino, ahh ahh, se quella si fosse ripresentata..ah avrebbero saputo cosa fare.. era da un po' che non la si vedeva, l'avrebbero guardata in un altro modo....certo che perfino la figlia della tabaccaia uhmmm quella poi..questa poi...ma il mondo come è mai fatto... ma certo era come diceva il Mario, lui era un uomo che non mentiva.. e con le donne ci sapeva a fare, e sapeva quel diceva, quel che diceva era la verità. E le donne le donne ci stavano tutte.
Mentre si avvicinava al bancone per pagare, cercò di circumnavigare alla larga  la superficie dove era impiantato il tavolino dei giocatori, ma , proprio perchè le era venuta addosso una fretta incontrollabile - era rimasta in quel bar davvero troppo, e poi, con tutte quelle specie di chiacchierume  crudo che si era dovuta sorbire in sovrappiù come degna conclusione di quella mattinata stancante si stava sentendo addosso dei segni inconfondibili, il prodromo di un attacco di claustrofobia, cosa che certo avrebbe dovuto aspettarsi in un ambiente di quella tipologia- quasi inciampò nel bastone intagliato dell'uomo  dal moncherino, che sporgeva troppo verso l'esterno, appoggiato malamente sul bordo.
Il viso le si era arrossato, e si sentiva ardere, in fretta e furia e senza rispondere ai saluti di quei tali" ehi, arrivederci, signora, verrà ancora,venga venga,  noi speriamo di rivederla, buongiorno, ehh" andò a pagare, e poi chiese alla barista- che di nuovo le stava chiedendo dove venisse, perchè lei era sicura che lei lì non c'era mai stata e lei era molto fisiognomica, sa, con il lavoro che faceva- se poteva farle ricopiare sul suo blocchetto quel volantino scritto in caratteri più appariscenti degli altri, le interessava, stava facendo delle ricerche antropologiche e storiche su quella zona in particolare, e allora la barista le disse di prenderlo pure e di portarselo a casa, se le interessava, tanto lei ne aveva un mucchio.
Quella sera- mentre stava facendo delle ricerche su  delle specie di animali  che si stavano estinguendo in quei territori che pure parevano faunisticamente integri- cercando una penna per appuntarsi alcune definizioni scientifiche per lei nuove, trovò quel volantino , e si mise a leggerlo, magari poteva servirle per quella documentazione progressiva che si sarebbe dovuta basare su reperti e articoli di qualsiasi origine, più erano diversi, più le sarebbero serviti per andare in fondo alla ricerca che si era prefissa.
E lesse: per il giorno xxx del mese y nella località Z si indice la gara di tiro al Cinghiale corrente ( e questi caratteri erano stampati in grassetto e a caratteri cubitali) , per la categoria a CANNA LISCIA il premio al primo classificato sarà una CARABINa, per la categoria FUCILI a CANNA RIGATA il premio al primo classificato sarà un fucile"

Letto il biglietto, appallottolò il volantino, e lo schiacciò poi sotto i piedi nevroticamente, e prima di andarsene a letto le si venne a formare nella mente stanca un accostamento analogico, che le sembrò- a una razionalizzazione meno oscura e fatta a mente chiara il mattino dopo-i l frutto residuale di un pensiero non tanto inconscio poi, una specie di ibridazione non solo concettuale, un venire a galla di un pensiero verminoso e non tanto pregrino: ricordò che in america - e  se ne era parlato su  parecchi giornali digitalizzati- era in voga un giochino che aveva avuto parecchio successo: previo abbonamento telematico a pagamento, si poteva partecipare on-line a una gara - naturalmente con armi virtuali- che metteva nel mirino un'immagine di femmina che correva a perdifiato totalmente nuda in un bosco, lei sapeva che doveva correre, correre come una dannata, correre per salvarsi, come fosse un oggetto di gomma  vincibile in un baraccone da luna-park, una bambolina meccanica a cui sparacchiare in un tiro a segno, un piccolo e lucente pesciolino rosso da mettere in una boccia di vetro dopo essere stato preso all'amo.





















































postato da: DOMACCIA alle ore 21:47 | link | commenti (6)
categorie: racconti
martedì, 17 luglio 2007

RICORDATI LE FIAMME DELL'INFERNO; RICORDATI

Quella notte, oh quella notte…
La vicina, la vicina veramente credette di sognare, si impauri’ certo, ma come se non si trattasse poi di un qualcosa che stesse davvero, davvero accadendo.
Sentì una specie di trambusto, o almeno così le parve.
Esattamente era un rumorio di fondo, un pulsare frenetico di mille denti e di mille ventose,come se animali di diversa natura e conformazione mettessero in movimento- un movimento sincopato, e battente e battente senza sosta alcuna, come se si trattasse di un’ossessione compulsiva a cui non potessero sottrarsi in alcun modo, una fredda determinazione biologicista- un‘apparato boccale-masticatorio, fatto di sfregamento di canini carnivori su superfici metalliche, e di lividi inarrestabili risucchi , cosi simili a quelli delle piante carnivore che intrappolano senza scampo alcuno i poveri insetti nel loro ribollente tubo digestivo.
Lei, la vicina, pensò, nel suo tormentato dormiveglia, alla caccia notturna dei pipistrelli, che avevano nidificato proprio sotto casa sua, esattamente sull’architrave di pietra massiccia,con assi di legno inchiavardate, che sostenevano con una struttura a forma di galleria la sua casetta mettendola in comunicazione con una specie di sottopassaggio , dal quale poi si perveniva dalla vicina, e cugina di sangue.
Quando la andava a trovare, lei li vedeva i pipistrelli, aggrappati a testa in giù alle travi di legno, avvolti nelle loro ali nerastre fatte di pelle che assomigliava a cuoio lavorato e reso tenero, dalle cui innervature sbucavano i musi aguzzi e topeschi.
Quella notte le sembrò anche di sentire squittii, rodii, persino il gridio di una civetta grifagna, quella solita, quella che si poteva osservare dalle finestre cave delle case abbandonate, ormai in rovina.
Sembrava che dappertutto ci fosse un rodio un rimastichio uno stridio di animali insonni in frenesia panica, a segnalare il pulsare maligno di un sovvertimento epocale, l’arrivo proditorio di bestie malsane ad infettare ogni cosa vivente e a lasciare orme macchiate dal sangue delle prede ovunque sui sentieri di terra battuta che mettevano in comunicazione le poche case ancora abitate del villaggio di campagna.
La vicina avrebbe voluto alzarsi, magari dare un’occhiata fuori- no, non si sarebbe certo azzardata ad uscire, si sarebbe limitata a sogguardare dalla finestra più grande- ma si limitò a starsene un po’ in silenziosa attesa: stranamente, di colpo, senza passaggi intermedi, nettamente dunque, nettamente come se il rumore di basso continuo ed insistente fosse stato sviscerato da una lama affilata ed esatta, il pulsare di mille squittii rodii gridii notturni di animali in azione cessò.
Cessò, cessò come se tutti gli indefinibili animali ed animaletti fossero stati risucchiati in un tubo aspiratore, in un’entità annichilente., cosi di botto, senza ragione, senza motivo.
La donna non fece però a tempo a preoccuparsi del silenzio torbido, del “troppo” silenzio, li in campagna, il silenzio non era mai completo, non poteva poi esserlo, con tutti gli animali ed entità esistenti, in fondo avrebbe dovuto parerle una cosa strana.
Si riaddormentò invece subitamente, era davvero troppo stanca, e poi prima di andare a letto si era anche fatta una tisana calda di erbe calmanti .
Dormi, dormi a lungo, e quando l’indomani si alzò le sembrò di avere sognato degli strani rumori che rendevano l’aria cosi vibrante come se milioni di cavallette stessero per invadere e distruggere , avvolte in neri nugoli rimbombanti , le terre lavorate li intorno, prima dell’apocalisse preannunciata dai profeti di sventura dei suoi libri di catechesi di quando era bambina.


Nella linda cameretta a piano terra- riadattamento in seguito a necessità contingenti dell’originale sala da pranzo, corredata da mobili in radica sedie vetuste con ripiano di pelle imbottita perfino un essenziale divanetto dalla medesima conformazione e le fotografie in bianco e nero dell’intera famiglia, fotografie recintate in massicce cornici ovali di noce- sembrava che tutto fosse a posto.
Ad un primo sguardo almeno. Ecco il lettino da adolescente, con le coperte senza una piega, il comodino sul cui ripiano erano disseminate, in un disordine comunque ben presto ricomponibile, oggetti minimi e che servivano alle abitudini consuete: una scatolina rotonda e metallica, dalla quale attingere le mitiche pastiglie valda per il sollievo immediato della gola irritata, un niveo fazzolettino di pizzo con sopra ricamate le iniziali e con un sentore come di spigo, un libro di preghiere di vecchio stampo, dalla rigida copertina nera che pareva come scorticata dopo essere passata un infinito numero di volte tra mani alla ricerca di una parola finalmente salvifica e dalle cui pagine dallo spessore sottilissimo e contornate da una lamina che pareva d’oro fino fuoriuscivano santini e piccole immagini listate a lutto, che imploravano preci per morti irreparabili di persone dedite all’amore della famiglia e alla dedizione operosa al lavoro.
Tutto, dunque, tutto era a posto, o cosi sembrava.
Nel chiaro albore lattescente, che accentuava oltremisura la chiarità dei tendaggi, delle pareti, delle sovracoperte del lettuccio adolescenziale, sembrava che non ci fossero ombre, l’ordine, ed anche un senso di compostezza e di lindore, pervadeva ogni cosa.
Ma c’era un qualcosa che stonava, no, non era l’apparecchio televisivo rimasto acceso, e neppure una candela, anzi per meglio dire esattamente un lumino acceso, di quelli che solitamente si usano sulle tombe del cimitero- lumino che emanava una luce rossastra perché contornato da una struttura contenitiva di materiale plastificato di color rosso davanti al ritratto del vecchio genitore, in posa con un bastone alzato a mo’ di saluto, sul cucuzzolo erboso di un poggio sopraelevato, ritratto che dominava l’intero spazio della stanza (appeso com’era ,in modo leggermente obliquo, al di sopra del caminetto di pietra scolpita che si trovava nell’angolo di destra), non era niente di tutto questo.
La cosa strana e che metteva sul chi va là era l’odore che, quasi inavvertito all’inizio, cominciava ormai ad incunearsi come qualcosa di insistito e terribilmente spiacevole, quasi si trattasse di un miasma mefitico fuoriusciente chissà da dove, forse dalle condutture sotterranee della vecchia casa di campagna.
Mentre la vicina, e cugina di sangue, si appressava al letto per svegliare la signorina Candida- oh, era veramente strano che Candida non si trovasse già in cucina affaccendata a preparare la solita colazione per loro due- il suo sangue subi un’accelerazione spasmodica, come se il suo cuore pompasse stranamente in gola, preso da mille e mille tremiti : non era che poi fosse successo qualcosa di terribile alla povera Candida, va beh che era anziana, ma era ancora robusta, e con un carattere indomito, e dopotutto soffriva solo di una lieve forma di angina pectoris, null’altro, null’altro.
Certo che… certo che da una certa distanza tutto sembrava ordinato, troppo ordinato, le sovraccoperte, le lenzuola sottostanti, erano senza una piega, sul doppio cuscino, ferma, e bianca, terribilmente bianca, spiccava la testa dalla capigliatura anch’essa nivea (bianco, bianco ovunque, un bianco ghiacciato), le palpebre non completamente abbassate,la bocca …….no, la bocca non era perfettamente occlusa, anzi le labbra –quelle labbra esangui e ridotte ad una linea sottile come quella della lama dei coltelli,che erano sempre state una caratteristica morfologica di Candida, una donna dalle labbra sottili, e affilate, proprio come la sua lingua, una lingua affilata, che poteva fare anche molto male- erano come aggricciate a formare un’orribile smorfia perfino oscena, perfino. Le labbra senza sangue contornavano metalliche e livide un’apertura tenebrosa , e come senza fondo, una cavità mefitica come una cloaca , un ricettacolo di nequizie, una sentina di orrori: la bocca spalancata, con la lingua che presentava delle striature come di sangue rappreso, delle linee filamentose come se le papille gustative in quei tratti avessero subito una corrosione di cellule per via di un elemento scorticatore di non si sa quale natura, e la mano ossuta, una specie di tenebroso artiglio, a cercarvi qualcosa dentro, quasi avesse tentato in un ultimo gesto di togliere un corpo estraneo che stesse per occludere la trachea, un ultimo vano gesto prima del soffocamento.
A terra, c’erano anche i resti di un bicchiere di vetro ridotto in mille pezzi, forse aveva cercato di bere un po’ d’acqua per liberarsi e c’era anche, appallottolato, un pezzo di carta dorato, di quel materiale luccicante che racchiude quei famosi cioccolatini dall’anima di nocciola.
Forse, dopotutto era andata davvero cosi.
La signorina Candida, dopo aver misticamente borbottato il centomilionesimo rosario della sua vita spartana e bigotta, si era concessa- assisa li sul suo lettuccio adolescenziale ordinato e bianco- un piccolo peccato di gola, innocente e puro come del resto ogni minima sua abitudine inveterata, un piccolo peccatuccio prima del suo solito sonno sereno, il sonno di una persona dalla coscienza pulita, quasi in odore di santità perfino, si sarebbe potuto certo affermare, senza esagerare affatto…
Romilda- un mucchietto d’ossa arcuate che la facevano assomigliare ad un arbusto nodoso, per via di una grave forma di artrite deformante- a quel punto non potè che gridare, e gridare ancora, e ancora…
L’urlo della cugina di Candida fu un urlo stridulo , un qualcosa di scoordinato, una sorta di mugghio animalesco, il mugghio di una vacca assaltata da doglie improvvise, e squarcianti, il gridio di un maiale macellato nei lunghi inverni di campagna, consapevole in modo subliminale che lo scorrere del sangue era ovunque, e non c’era dunque scampo. Una lamentazione brutale, che ben presto divenne una litania ininterrotta di pater ave gloria, come nelle interminabili avene recitate prima di tentare di dormire…
Subito il grido disarticolato di Romilda, corsa poi fuori sull’aia. si fece eco in tutta la zona, e venne gente, tanta gente.
Venne anche il medico, per l’accertamento burocratico dell’avvenuto decesso.
Il medico si fece largo tra i parenti, ed i conoscenti ed i vicini accorsi.
“Madonna- borbottò- in questa stanza cosi piccola, e con tanta gente, non si riesce neppure a respirare, manca fin l’ossigeno, e poi, ma che orribile odore…strano, davvero strano, Candida è morta da cosi poco.”
L’odore era quello tipico di carne non bene conservata, di carne frollata, certamente da qualche parte si doveva trovare della cacciagione frollata per assicurarsi le carni più tenere possibili, certo doveva essere cosi, in quei posti poi…Posti di cacciatori, e di selvaggina da cacciare con cani tenuti a lungo incatenati, magari con alimentazione deprivante, per renderli più accaniti durante le battute, per aizzare le loro capacità predatorie. Posti dove le stesse donne di casa erano addette all’uccisione dei conigli- un freddo colpo con materiale contundente esattamente a frantumare le delicate ossa della nuca- lasciati a svuotare il sangue goccia a goccia dopo l’uccisione, un lento pervicace dissanguamento, uno svuotamento della forza vitale magari appesi ad uncini direttamente sopra i lavandini, nelle stesse cucine…. Il sangue che colava lento, mentre nella cucina ,sulla stufa a legna, sobolliva il pentolone di rame, per preparare una magnifica polenta.
Il dottore, mingherlino fin all’evanescenza ( una figura rattrappita, quasi fosse recluso in se stesso), si dette una mano sulla fronte, quasi avesse capito l’esatta provenienza di quell’ afrore appiccicaticcio, che si incuneava dovunque.
Prima di procedere ad un ‘occhiata sommaria al cadavere- Candida poteva aspettare dopotutto- si avvicinò alla stufa che troneggiava nella cucina e scoperchiò la pentola di allumino di medie dimensioni, che la donna aveva certo preparato in anticipo la sera prima.
Sul fondo della pentola, erano sparpagliati effettivamente dei pezzi di carne, sembravano le cosiddette rigaglie di pollo, altrimenti dette interiora. Fegatini, viscere, coratella, si eccome, c’era anche il cuoricino del pollo, eccolo li, era la sola parte perfettamente riconoscibile, una aggraziata escrescenza dalle linee ovoidali, ma con la parte superiore dal diametro leggermente più lungo, dal colore di un rosa non troppo accentuato, come se fosse l’unico pezzo di carne del tutto immune da qualsiasi processo di fermentazione, o di deperimento magari artificiosamente indotto. Un cuore di piccole dimensioni, ambiguamente intatto, con la sua tonalità tenuemente rosea, che stonava come fosse un corpo estraneo nella poltiglia dal color violaceo di sangue rappreso che formava come una crosta di rimasugli e di scorie sul fondo della pentola.
Soprapensiero si avvicinò al cadavere, era davvero strano aver lasciato bruciacchiare tutto, non essere stata attenta alla preparazione di un piatto così prelibato,pensò a quel punto tra se il dottore: dopotutto la signorina Candida non presentava nessun sintomo conclamato, e neppure un minimo accenno preparatoredi quell'insidiosa forma di demenza senile, che, vista l’età media molto avanzata della zona, stava subdolamente impestando gli abitanti: una vera e propria moria, devastante davvero, da non credersi.
Il medico cominciò a bofonchiare:
“Ma alla signorina Candida, cosa le sarà mai preso?
Una donna cosi pulita, e ordinata! Una cuoca provetta!
Per quale motivo poi, ha lasciato fermentare, anzi putrefare le frattaglie?
Adesso sono da buttare, proprio immangiabili,invece cotte e triturate finamente e con un impasto di uova formaggio latte ad imbottire di nuovo l’interno del pollo sviscerato, sarebbero state squisite, ma che sarà successo? mah, forse si sarà dimenticata, le avrà tolte troppo presto dal frigorifero o le avrà lasciate sbadatamente al caldo venefico di questi giorni infettati da venti africani.
A malapena, si riconoscono i contorni della forma del cuore, il resto lo si può dedurre solamente, sembra tutto ridotto ad una poltiglia………. E poi, me l’ha accennato la cugina, che Candida stava preparando il pollo con le rigaglie, era una sua specialità che riservava ai pranzi speciali, quelli preparati in onore dell’arrivo dei parenti più stretti.. Forse, sarebbe dovuta arrivare la Giuseppina, una nipote che aveva scelto, dopo peripezie varie, di farsi monaca di clausura. La signorina sua cugina, come si chiamava poi, ah si la signorina Romilda, quella che aveva visto per prima Candida morta, non ne era certa, però, che si trattasse proprio della nipote di nome Giuseppina, ultimamente Candida si limitava a parlare a monosillabi, non capiva perché mai"
Il medico si stava avvicinando al cadavere di Candida, facendosi spazio tra la piccola folla dalla quale saliva una nenia dolorosa, inframezzata da preghiere biascicate, in uno strano misto di italiano e dialetto con termini di un latino forse inesistente, a formare un linguaggio indecifrabile e dalle tonalità ambiguamente misteriche, che rendevano lo spazio utilizzabile per le sue manovre mediche ancora più torbido, quasi si stesse trasformando in una sorta di sciamano alle prese con foschi riti tribali.
“Su, su, andate fuori tutti.
Devo dare occhiata approfondita.Via, via, via tutti:fuori, fuori, qui c'è poco spazio"”
Gli astanti, come impauriti da un tono fortemente autoritario che non gli conoscevano, ubbidirono in silenzio, e sciamarono fin sull’aia…
Il dottore subito si fece certo: Candida era morta per soffocamento, tutto lo confermava; ciò che aveva davanti agli occhi ( la bocca fermata nell’ultimo istante utilizzato per tentare di prendere aria, la mano-artiglio come a frugare nella cavità nel vano tentativo di togliere qualcosa) erano un’icastica rappresentazione –forse granguignolesca- del tipo di morte terribile che era toccata alla Candida, morta per esserle andato di traverso un cioccolatino- ecco la carta dorata accartocciata sul pavimento dai grandi lastroni di pietra un po’sconnessa- cioccolatino sbocconcellato mentre guardava la televisione, dopo aver certamente detto le solite preghiere.
Ciò che, ad un più attento controllo, gli sembrò un particolare irrituale, furono le sriature filamentose sulla lingua, come se il tessuto avesse subito un’abrasione, dovuta certo ad uno sfregamento sul muscolo fibroso di un corpo irritante e tagliente… Tutto ciò era strano, davvero strano.. In fondo, si trattava di un semplice cioccolatino ripieno di gustosa nocciola .. Ma i segni sul muscolo erano delle striature lineari filamentose, come se in quei punti una sorta di uncino- un uncino sottilissimo certo altrimenti il segno lasciato sarebbe stato molto più accentuato e scarnificante- avesse strascinato le cellule epiteliali superficiali, lasciando a nudo il tessuto sottostante.
Questo pensiero mise il dottore in allerta: decise che sarebbe stato meglio fare eseguire una autopsia, troppi particolari erano fuori posto, forse c’era dell’altro da portare allo scoperto…per quanto la povera Candida non poteva nascondere alcunché, era meglio far eseguire l’autopsia.
Il cadavere di Candida fu portato all’obitorio, la sua casa sigillata in attesa dei risultati, i carabinieri della locale stazione impedirono alla stupefatta Romilda perfino di raccogliere i frammenti del bicchiere frantumato a terra tutt’attorno e per la prima volta non si potè fare la veglia tradizionale, abitudine sacra nel piccolo paese. Ci si dovette limitare ad un rosario officiato nella cappella oratoriale del paese da un diacono laico, un anziano sposato a cui si ricorreva nel caso in cui il curato- a capo di una parrocchia che si estendeva su un territorio vasto territorialmente ma in via di spopolamento- fosse impossibilitato.
Dopo le orazioni funebri, anche la vicina, e cugina di sangue, Romilda, se ne tornò a casa.
Non riusci a bere che qualche cucchiaio del brodo di carne che aveva pronto dal giorno prima ( aveva ucciso con le sue mani, dopo aver fatto una certa fatica ad acchiapparla, una bella gallinella da uova, a cui aveva tolto il roseo cuoricino) non se la senti. Non le usciva dalla testa l’immagine di quella scena brutale. E poi, e poi…dunque Candida era stata assassinata?
Per cercare un po’ di sollievo, si mise a sfogliare un antiquato libricino dalla copertina nera, che si trovava sul comodino: il frontespizio riportava la dicitura Filotea pei defunti, era un libro che racchiudeva una serie di preci da dedicare “all’anima afflitta cui l’inesorabile falce della morte ha strappato dal fianco quella cara creatura che tanto amava…” La sua attenzione si soffermò sulla “ preghiera ricavata dalla sequenza dei morti ”, che iniziava con queste esatte parole:
”O giudice santissimo dei vivi e dei morti, che sarà di me nel giorno dell’ira tua, quando verrai a giudicare rigorosamente tutti i figli degli uomini; quando suonerà la tromba a risvegliare tutti gli estinti che, rialzatisi dai loro sepolcri, saranno costretti a presentarsi al trono del Supremo Giudice? Quel tremendo spettacolo farà stupire anche la morte e la natura. E tu, povera anima mia quando risorgerai per rispondere al tuo giudice, quando ti vedrai aperto dinanzi quel libro che contiene tutte le azioni della tua vita—misera! Che dirai allora? Qual difensore cercherai , se appena il giusto potrà tenersi al sicuro ?”
Romilda si bloccò a quel punto, per quanto sapesse già quasi a memoria il resto della lamentazione funebre, era come rimasta particolarmente colpita da queste parole iniziali, come se le leggesse quella notte per la prima volta…
Si bloccò e si mise a pensare, ma se Candida era davvero stata uccisa, chi mai e per quale ragione aveva potuto compiere un atto cosi barbaro..
Affannosamente, e come totalmente avvolta da un’atmosfera tetra, a cui certo contribuiva la scarsa luce della camera da letto in cui trovava- cosi simile ad una cella penitenziale, con un lettuccio di ferro, sormontato dalla riproduzione fotografica del famoso quadro di Grunewald intitolato la crocifissione, in cui il corpo reclino di Gesù era reso con tali contorni di precisione realistica da risultare quasi una rappresentazione eretica, un livido corpo ricoperto di piaghe e dalle tonalià verdastre , riproduzione incorniciata regalo della bella nipote della Candida, la Giuseppina che si era fatta monaca di clausura su sollecitazione insistente della zia- si mise a cercare un suo vecchio album di fotografie..
Nell’album, c’erano i ricordi di famiglia, dalle foto forse si sarebbe potuto ricostruire quella che era stata la vita di Candida.
Si mise a sfogliare…ecco Candida con l’intera famiglia, i genitori e tutti i figli, sette tra fratelli e sorelle…Ah no , si era sbaglaita , i fratelli erano esattamente otto,otto tra fratelli e sorelle, c’era infatti una foto dell’ altra sorellina neonata fotografata morta con le trine eleganti e la cuffietta inamidata nel momento dell’esposizione prima della cerimonia funebre ( era la stessa foto poi fatta ingrandire e rimasta appesa , contornata da un rosario gigantesco , sopra la testata del letto matrimoniale , anche dopo la morte dei genitori, quando nella casa di famiglia era rimasta ad abitare sola Candida), eccola lì, come era bella, anzi stupenda, pareva una bambola.
C’era poi un gruppo di foto scattate nella casa con giardino della cittadina di provincia dove l’intera famiglia dei suoi cugini era andata ad abitare per alcuni anni per permettere ai figli maschi di trovare un lavoro, eccola li Candida seduta su una sedia a sdraio, vestita abbastanza elegante- era stata una brava sarta- ma con un volto da essere asessuato, severo, quasi rigido, un po’ da istitutrice …La si sarebbe vista bene con abiti di foggia militaresca, in divisa...E di nuovo di nuovo ad ogni foto, ad ogni frammento la mente di Romilda era attraversata da flash- back che la riportavano ai tempi passati.
La colpi una foto di grandi dimensioni dove si poteva ricostruire l’intero albero genealogico di Candida, foto scattata sull’aia antistante dopo un pasto di quelli speciali, pasti di più portate, tutti cucinati da Candida aiutata dalla vecchia madre, dove erano invitati spesso i due preti della zona, soprattutto l’anziano curato che aveva aiutato i partigiani nascondendoli nella chiesa (chiesa nata dal rifacimento strutturale e poi dalla consacrazione di un originario castellotto appartenente ad una casata di nobili che avevano ottenuto il titolo nobiliare dopo assalti in guerre fradicide al soldo di soldataglia mercenaria; chiesa issata su un cucuzzolo erto, al termine di una strada tutte curve, a delineare un tragitto assomigliante sinistramente alle immagini olografiche della montagna detta Il calvario) e che preferiva usare nelle sue prediche il termine “discrepanza”, forse per via di un dubbio metafisico che l’assillava..
Non c’era che dire, la si notava Candida, anche in un gruppo cosi numeroso, forse era lei la vera reggidora, l’austero nume tutelare della famiglia allargata, al cui fianco la bella moglie del fratello con le sue tre meravigliose bambine- i loro vestitini erano stati cuciti da Candida -- sembrava una nota stonata, non per nulla le altre cognate la chiamavano, nei loro conciliaboli, la “straniera”..
Intanto che Romilda continuava a compulsare le foto, la scarsa luce ondeggiava sempre più debolmente , ora ridotta a qualcosa di evanescente, simile a quella torbida luminescenza di mille fiammelle comparse dal nulla entro il sacro recinto del cimitero -antistante la chiesa dalla pietrosa architettura medievaleggiante -in una notte che ancora si ricordava, quando Romilda si era appressata per dare un saluto da vicino al tumulo di fresca terra dove era stata da pochi giorni sepolta la sua madre adorata. Ora sembrava che i fuochi fatui fossero ovunque, perfino li, nella cameretta spoglia, cosa che dava l’impressione che in quella stretta stanza imbiancata a calce fossero nascosti cilici con cui mortificarsi per meglio chiedere pietà e misericordia per colpe immedicabili e che meritavano penitenza eterna.
Romilda era terribilmente stanca, ma per parecchio ancora rimase a sfogliare le foto .
E di nuovo, e di nuovo, un blocco di numerose foto che testimoniavano la crescita delle belle nipoti, figlie del fratello pilota e della sofisticata “straniera”, crescita fisica che, grazie agli insegnamenti escatologici della zia Candida (era lei che , accompagnandole a letto subito dopo il rosario serale durante le vacanze estive, mentre rimboccava le coperte, pregava loro di dormire composte, lasciando le mani accostate al di fuori del lenzuolo, per non commettere odiosi atti impuri, che certo non avrebbero giovato nel computo delle pene da confessare prima di ricevere l’indomani l’ostia consacrata, semmai consigliava loro di usare le mani congiunte per rivolgere l’ ultima orazione, magari indirizzandola a Don Giovanni Bosco il protettore degli orfani e dei mutilatini o, meglio ancora, a Santa Lucia, il cui ritratto dai colori stridenti da fumetto sovrastava in particolare la testata del letto di Giuseppina, ossessionandone- a lei appassionata di lettura- i pensieri, rappresentata com’era con i capelli biondi circonfusi da un alone di luce con tra le mani allungate un piatto con sopra i due occhi azzurri enucleati da offrire ad uno spasimante rifiutato) non aveva fatto deflettere le belle nipoti dalla retta via, loro infatti non si erano perse nel tenebroso mondo urbano per via della loro bellezza attirante sguardi pervertitori, infatti si erano regolarmente accasate, ed avevano anche procreato, a maggiore gloria di Dio, s’intende..
Per quanto, forse non era del tutto corretto dire cosi. Eh, la Giuseppina…lei effettivamente aveva avuto una vita inizialmente non certo costumata… perfino l’ agitatrice politica tra gli atei comunisti aveva fatto, poverina.
Candida ne aveva sofferto terribilmente, era a Giuseppina che Candida pensava, nei viaggi ai santuari più famosi organizzati dal vice parroco—erano andate ovunque Romilda e la cugina, anche a Lourdes. Per lei Candida impetrava la grazia della conversione sul letto di morte, glielo aveva espressamente detto, a lei, a Giuseppina, all’età esatta di vent’anni. Glielo aveva fatto sapere attraverso una cartolina spedita da Lourdes, e che aveva firmato anche Romilda. Era stata quella volta, che al ritorno sull’autobus panoramico avevano fatto una vera e propria incetta di rosari benedetti con l’acqua di Lourdes, rosari di diverse dimensioni, e con colori di vario tipo.
Proprio da quel viaggio le due cugine avevano avuto l’idea di creare una piccola attività che si potesse tranquillamente svolgere in casa, un ‘attivita manuale di assemblaggio di rosari in serie, da svendere poi sotto costo ogni volta che nella zona si svolgessero processioni o particolari avvenimenrti a carattere religioso, e li di cerimonie del genere se ne svolgevano ancora, grazie all’attaccamento alle radici popolari.
Quello stesso anno, Giuseppina –dalle fattezze prorompenti e dal viso d’attrice-aveva deciso di darsi alla vita claustrale, alla fine aveva finito con il prevalere l’ossessione apocalittica delle fiamme dell’inferno che inevitabilmente avrebbero atteso chi non si convertiva, visione inculcatale con reiterati attacchi invasivi dalla zia Candida, che fin dal primo momento aveva visto in lei, nelle sue spinte utopiche insoddisfatte, una via perché anche la loro famiglia-che nei tempi aveva addirittura meritato la nomea che la definiva come “la famiglia della Busa dei santi”- finalmente si fregiasse di un religioso, dopo il fallimentare tentativo abortito di far vestire l’abito talare al padre di Giuseppina.
L’ora intanto si era fatta sempre più cupa, e Romilda era completamente sfiancata. Ripose l’album fotografico, tenne per un minuto un rosario dai grani marroni tra le mani ..un rosario di 49 grani uniti uno all’altro da una filigrana metallica lavorata da lei stessa, con delle pinze a piegare la catenella, a farne dei piccoli uncini per permettere ad ogni grano di rimanere assemblato.
Nel silenzio, riudiva lo squittio dei pipistrelli che avevano nidificato sulle travi della galleria sottostante. Ah, che brutti animalacci- si disse Romilda- l’indomani avrebbe cercato di sterminare i piccoli spargendo ovunque ovuli di naftalina…Certo che la povera Giuseppina era diventata irriconoscibile, il suo volto di attrice si era fatto di cera,il suo corpo -una volta prorompente ,ora solo linee rigide a preannunciare l’impalcatura dello scheletro- le aveva riportato alla memoria la visione del corpo mummificato di una martire cristiana,esposta sotto una preziosa teca di vetro.
L’aveva vista lei, la Giuseppina, venuta a trovare la zia Candida e la cara Romilda, a portare loro una bella scatola di cioccolatini.. due sere prima. Giuseppina nella telefonata che ne preavvertiva l’arrivo aveva detto che sarebbe rimasta per due notti, ma poi si era fatta subito riaccompagnare in taxi al suo convento, del resto lo si capiva guardandola, che non ne avrebbe avuto ancora per molto, anche se lei non aveva rivelato di quale morbo si stesse consumando. Romilda aveva avuto solo il tempo di salutarla e di accettare da lei una scatola di cioccolati dalla forma bombata e dall’anima di nocciola croccante..
Per un intero giorno, Romilda aveva pensato a Giuseppina, a come era ridotta.
Mentre pensava, non aveva smesso di assemblare una serie di rosari. Ne stava assemblando uno dai grani color marroncino con le sue mani deformate dall’artrite, quando il suo occhio era scivolato su di un cioccolatino, di quelli regalatole dalla monaca. Aveva preso allora tra i suoi attrezzi di lavoro un coltellino sottilissimo. Aveva aperto esattamente in due valve un cioccolatino senza sgretolarlo, aveva tolto la piccola nocciola incorporata all’interno- l’anima del cioccolatino- e aveva inserito al suo posto un grano della coroncina di rosario che lei stessa teneva per uso personale.
Con pazienza certosina, prima di richiuderlo e di incartarlo, aveva spennellato il grano uncinato e la chiusura delle valve con un sottilissimo strato di cioccolato dolce, da lei preparato con l’intenzione di festeggiare l’arrivo di Giuseppina.
Eccolo, il cioccolatino speciale per la cara Candida. Glielo aveva dato proprio lei, Romilda stessa, con le sue mani deformate, le era sembrato di offrirle un’ostia, un’ ostia profana. La sola che Candida meritava, dopotutto.(E quando Romilda aveva deposto il cuoricino di pollo in pentola, lo aveva fatto sacralmente: in un lampo d’illuminazione le era sembrato di stare deponendo in una teca di vetro- come fosse una reliquia- il cuore stesso di Giuseppina bambina)

















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categorie: racconti, racconto noir
venerdì, 01 giugno 2007

EPPURE LEI NON RIUSCIVA, NO NON RIUSCIVA

Quando era morta la madre- anche quella era stata una morte improvvisa- non aveva potuto dare libero sfogo al suo dolore, perchè c'era il padre, e lei non voleva che lui potesse rimanere contagiato dall'enormità di ciò che lei sentiva di provare, sarebbe stato un bene che lui non arrivasse nemmeno a percepire lontanamente ciò che lei aveva nel suo cuore,ne sarebbe stato terrorizzato come davanti a una visione inimmaginabile per la sua mente razionale, si sarebbe certo trasformato in pietra come perseo al vedere la sua faccia di medusa dalla chioma corvina che pareva fatta di serpentelli vivi, si sarebbe impietrito se solo, se solo avesse potuto guardarla per davvero, se solo l'avesse “vista”.
Lei lo sapeva, e allora faceva di tutto per non farsene accorgere, quasi quasi avrebbe voluto rendersi invisibile agli sguardi altrui,oh se solo se solo avesse potuto,certo non poteva rendersi invisibile completamente, ma cercare di esserlo almeno in parte sì, quello lo poteva fare, e una sera, dopo una giornata terribile, aveva addirittura preferito mettersi a guardare la televisione tenendosi addosso un paio di occhialoni neri da sole, lei stesa su di un divano vecchio stile dalla forma come di triclino romano e dalle frange gialline- un vecchio divano ricoperto da pesante tessuto damascato con frange lunghe fino a terra che se non si stava attenti a dove si mettevano i piedi rischiavano di fare sdrucciolare oltre che servire da nascondiglio per gli animali che tempo prima avevano tenuto- lei distesa molle come fosse senza ossa nel punto esatto dove di solito si sdraiava la madre quando voleva riposare: lo aveva fatto soprattutto quell'estate- diceva allora, vado a riposarmi, sono stanchissima, mi è venuta la solita sindrome della morte bianca ( lei la chiamava così, era una sua invenzione terminologica, e certo l'espressione lasciava intendere una sindrome latente di collasso fisico, uno sfinimento pressochè cosmico, e forse millenario,o almeno questa era l'avvertimento subliminale che ne ricavava la figlia, anche se sul volto della madre in quei momenti sembrava aleggiare un sorriso misterico che lasciava apette tutte le opzioni ), voglio solo dormire lo sai, ho tanto di quel sonno arretrato.
Lo aveva fatto soprattutto in quei pomeriggi afosi quando cercava riparo dal troppo calore tirando giù ma non fino al limite del pavimento le tapparelle a scorrimento e mantenendo completamente spalancata la porta finestra a sei ante che dalla sala immetteva direttamente su di un balconcino pieno all'inverosimile di piante curate da lei. Era diventata una specie di fatica titanica tirare su e poi abbassare quei maledetti avvolgibili ormai vetusti, sembrava quasi che i listelli fossero sul punto di scomporsi, di sfilarsi uno dopo l'altro come in quei giochi orientali da guiness dei primati, dove bastava un leggero colpetto dato in un punto preciso a costruzioni di carte o di tasselli da gioco- un colpetto in quell'esatto punto millemetrico, e solo in quello, altrimenti non avrebbe funzionato, e tutta la composizione sarebbe rimasta immobile nella sua struttura originaria- un leggero imponderabile colpetto pressochè inavvertibile per sbalestrare l'intero apparato che stava su per un niente, e per farlo poi tracollare miseramente, e una volta per tutte.
Sarebbe bastato che uno dei listelli delle serrande si fosse sfilato dai chiodi che li tenevano fissi, e tutto si sarebbe sfilato in un processo a catena, il legno delle tapparelle era corroso dalle intemperie , i legacci portanti ridotti a logori tiranti lisi in alcuni tratti dal continuo alzare e abbassare di quel marchingegno un po' obsoleto: negli anni, certo innumerevoli inquilini dovevano essere passati da quelle stanze, prima che una vecchia donna rimasta vedova e senza figli si fosse decisa a comperarlo, e poi a farne una donazione alla parrocchia prepositurale del paesotto,in cambio di novene speciali e visite a lei non più autosufficiente, e perciò autorelegatasi in un ricovero del circondario.
In quei giorni afosi l'asfalto immobile della sottostante strada sempre trafficata sembrava scottare come pece infernale, come se ogni giorno venisse data un nuovo strato di asfaltatura con bitume ribollente e emanante vapori simili ai soffioni boraciferi spillanti da antiche terme e se uno si affacciava dal balcone impattava con un velame biancastro di molecole pesanti e malsane, che tiravano verso il basso un'aria irrespirabile e resa artefatta da livide correnti ascensionali che non si innalzavano mai verso gli strati più alti, condensate e vetrificate a mezz'aria, in una nuvolaglia untuosa. E allora , immersi in quella sorta di miasma appicicaticcio, si arrivava a boccheggiare, a boccheggiare.come pesci rantolanti e in carenza di ossigeno, pesci ridotti a cercare di respirare in un ambiente sfavorevole alla vita, dove tutti i corpi erano impeciati e gettati a terra, perfino i pavimenti delle case sembravano fatti di bitume.
In questa vana ricerca del refigerio, con tutte le finestre spalancate, l'unico inconveniente era che si era essere costretti a sentire, acuti come se fossero pronunciati in quella stessa stanza, le maledizioni e le bestemmie e gli auguri di pronta morte gutturalmente sbraitati dal figlio certo menomato della signora che abitava al piano inferiore, un ragazzo di cui solo guardandolo in faccia ( per quel poco che si poteva vedere di lui- portava estate e inverno un capellino di materiale pesante e di colore scuro, con la parte posteriore girata davanti, tirata ben oltre la metà dell'incavo che segnava lo sguardo) si aveva netta la sensazione che era meglio stare in guardia e evitare di avere a che fare con lui per qualsivoglia motivo, si aveva la subliminale certezza di sue reazioni inconsulte se solo lo si fosse osservato fisso, quasi si stesse fronteggiando uno di quegli animali in cattività forzata che reagiscono aggressivi se l'uomo osa “guardarlo”, lo reputano un atto di sfida intenzionale,quello, e si predispongono all'attacco.
In quell'inguardabile ragazzotto si avvertiva una carica di violenza trattenuta malamente e pronta a esplodere al primo insussistente pretesto, era meglio starsene alla larga, l'addetto alla riscossione dell'affitto- praticamente il prevosto, o comunque un suo impiegato - avrebbe dovuto però avvertire i nuovi inquilini al momento della stipula del contratto, sarebbe stato suo dovere renderli informati dei malesseri psichici di quel tale, e invece non aveva detto niente, e niente aveva accennato la stessa addetta al controllo delle pulizie delle parti in comune,e neppure l'amministatore dalla testa a forma di pera, se ne erano dovuti accorgere da soli di quell'improvvida presenza, avevano dovuto capire a loro spese come fosse pericoloso vivere vicino a una persona del genere, erano obbligati a stare sul chi va là, e certo era una fatica, una fatica in più.
Certo,quando lei aveva messo quel paio di occhialoni scuri e si era distesa sul divano di damasco giallo, nella stessa identica postura che soleva tenere la madre, guardare l'aveva guardata, il padre, anzi era rimasto fisso a guardarla come se lei avesse compiuto un che di inusuale, certo, quella sua figlia aveva messo gli occhialoni neri per guardare la televisione, in orario serale e con tutte le luci spente poi ...E dunque lui l 'aveva guardata, lo spazio non era poi grande, non poteva non accorgersi della sua presenza, e con un look del genere poi, ma lui non aveva capito, e nemmeno immaginato, almeno uesta era stata la sua sensazione del resto, perchè infatti si era limitato a chiederle, quasi il suo fosse un atto dovuto
“come mai hai quegli occhiali, come fai a vedere così?
Dai su,dai ,accendi le luci della sala almeno, ma cosa hai, ma come fai a vedere, hai forse qualcosa agli occhi? -
“si, ah, beh, ti sembra strano eh, lo capisco, sai - aveva inventato lì lì sul momento- eh! mi è venuta una specie di congiuntivite, sai stamattina mi facevano un po' male ,stamattina
E la congiuntiva dell'occhio destro era tutta rossa, adesso sono già migliorata, lacrimavo, praticamente ...insomma, capisci no, dai mi piangevano gli occhi, e provavo purito, mi si appiccicavano le palpebre, non volevano aprirsi, non volevano.
Una cosa strana, non mi era mai successo del resto, sentivo come dei corpuscoli estranei, e l'arrossamento prendeva l'intera sclera dell'occhio, mi pareva che i capillari spargessero sangue, che ci fosse una emorragia sottocutanea ma no, no, non è nulla, non preoccuparti, sto meglio, guarda, non è più così rosso, lo vedi anche tu, no?
Sto meglio adesso, dai, non preocuparti, e poi, la televisione non la guardo neppure, ho messo questi occhiali scuri perchè il buio completo riposa la vista , lo sai no, ma sì che lo sai...sono occhiali riposanti, semplici occhiali riposanti.”
E allora il padre se ne era rimasto in silenzio, non si sa se convinto dalla sua risposta, o perchè troppo stanco.
Lei occultando il suo dolore davanti a lui lo difendeva in un certo senso, lo voleva difendere da se stesso anche: lui non poteva permettersi di sfogarsi come lei , non aveva certo il suo carattere, e inoltre subito il giorno dopo il funerale era tornato al lavoro ( E lei aveva avuto l'impressione che per andare a lavorare avesse indossato lo stesso completo giacca e cravatta del giorno del funerale, un abito elegante , forse il migliore che avesse, e adatto a quei giorni ancora caldi,una grisaglia color grigio opaco, uno degli abiti che lei aveva visto pulire a secco milioni di volte dalla moglie, lei ci teneva che lui si presentasse ordinato e ben vestito sul posto di lavoro, quei completi maschili li puliva con uso di trielina e smacchiatori potenti e quando li usava per tutte le stanze si diffondevano effluvi stordenti, erano gli stessi composti chimici che potevano procurare una sorta di breve stordimento cerebrale ai poveracci che non potevano disporre di denaro per drogarsi con altre sostanze, erano composti volatili di sostanze eteriche come quelli inalati dai bimbi di strade sudamericani ma sulla madre sembrava che non avessero effetto, e sempre li usava, e sempre era lì a smacchiare e a stirare.
Lei la ricordava la madre che un giorno sì e uno no stirava quei vestiti dopo averli smacchiati di ogni macchiolina, certo la cosa più giusta da fare sarebbe stata di portarli in lavanderia visto che si dovevano lavare a secco, ma lei preferiva così. E subito dopo quella smacchiatura li stirava ma non con la piastra rovente a diretto contatto con il tessuto per paura di rovinarlo, sopra alla parte che doveva stirare appoggiava una pezza che serviva solo a quello, e poi dava dei brevi colpi battenti con il ferro alla temperatura massima, non dovevano rimanere pieghe di sorta, la stiratura doveva essere impeccabile, ci teneva lei a quelle cose e del resto era una perfezionista).
No certo che no, suo padre non avrebbe potuto esplicitare ciò che provava anche per quel motivo pratico, e di necessità materiale, e di improrogabili orari, e di faccende che si dovevano concludere..
Ecco a cosa serviva oltretutto il lavoro di otto ore al giorno, a recintare i sentimenti, a limitarli, dando loro l'esatta misura affinchè nulla potesse mai oltrepassare il giusto limite della sopportabilità possibile, la giusta sopportazione mediana che lavorava indefessa per il mantenimento strutturale dell'istinto di sopravvivenza, il biologico istinto che rimaneva sottotraccia ubiquo e massivo in ogni dove, l'istinto che pareva provvisoriamente occultato per non essere immediatamente riconosciuto quale motore prioritario di ogni pur piccola azione ( se solo un essere umano arrivava a pensarlo.e a “vederlo”, ogni cosa ogni azione avrebbe preso-  proditoriamente  e meccanicamente-  un'altra piega, e il cuore di quell'essere non sarebbe stato più come prima, e non si poteva no, non si poteva, tutto si sarebbe fermato , l'intera vita si sarebbe fermata, forse) .Occultato sì ma c'era eccome se c'era, la potente forza vitalistica con il suo cocciuto lavorio indefesso e opportunista che pareva dovesse attraversare le identiche fasi dello spastico riprodursi di un germe parassitario e infestante, quel matematico istinto di sopravvivenza riconoscibile come legge ferrea e formula istitutiva – un algoritmo, un mero calcolo matematico , un principio di equazione lineare- la legge alla base della impalcatura materica perfino nel caso dei sentimenti più potenti e sacri, il sostrato senza il quale tutto era predisposto al crollo.
Era vero, era vero, non lo si poteva negare in alcun modo, lo si sarebbe potuto dimostrare attraverso una dissertazione iperlogica asservita a stringenti razionalizzazioni a prova di qualsivoglia confutazione, perfino i sentimenti più importanti erano nel loro nucleo pulsante qualcosa di impastato con il fango detritico di un procedimento biologico, niente di puro era possibile sotto un cielo stretto e asservito passivamente - sin dall'inizio immemorabile -a codici imperscrutabili e arbitrari il cui unico scopo era il deterministico mantenimento del genere umano purchessia.
Il mondo doveva continuare a ogni costo e perfino nelle condizioni più impervie e magari abbiette, il mondo era una palla di fuoco costretta a a girare imperitura perchè attratta magneticamente da una forza propulsiva di origini oscure ( forse  si trattava di un gigantesco magnete)  una forza che forzava la terra nei suoi movimenti ripetitivi e costanti ,mantenendola in un assetto predeterminato, e in eterne orbite elittiche, tutto predeterminato dalla forza di attrazione di un gigantesco magnete che forzava l'ottusa palla di fuoco a seguire una rotta obbligata che nessuno avrebbe potuto mutare, neppure impercettibilmente, neppure di un millesimo di millimetro, neppure di un nulla, nepure di fronte a una apocalisse.
Naturalmente era questo che lei era arrivata a pensare, ma si sa- tutti lo sapevano del resto - lei era la solita esagerata, e ciò che lei pensava era valido e sensato solo per lei. ( Tutti in casa, e fin da quando era piccola, erano giunti ben presto alla considerazione che lei, lei nei suoi atteggiamenti, nelle sue reazioni anche minimali, lei si lasciasse andare a un che di eccessivo, e forse anche di un po' stonato.
E addirittura di eccessivo e stonato in ogni specifico settore, e c'era chi le diceva, ottenendo il sorriso di approvazione degli altri che ascoltavano “ma lo sai con quella voce così potente- ma quanti decibel ti ritrovi, ma quanti? - ma lo sai sì o no che quando la alzi troppo stridi, sei stridente, lo capisci, o no che stridi?- con questa  voce potresti fare la cantante lirica, oppure tentare la via del teatro, peccato che non ci sia più la recitazione di una volta però... alcune volte sei così melodrammatica, cosi fastidiosamente melodrammatica- sei sempre sopra le righe, esagerata, anzi di più, altro che esagerata, dirti eccessiva significherebbe diminuirti, anche nel fare o dire le cose più semplici sei troppo, troppo..non mi viene nenche il termine adatto, non mi viene.. tu, ma possibile che non te ne accorgi nemmeno, possibile... lo sai potresti fare l'attrice, putroppo come recitano adesso forse non sarebbe la cosa più adatta per te, ti avrei visto bene fare le parti delle attrici di una volta, quelle – uffa, non mi ricordo a quale epoca appartenessero, dai dimmelo tu , dai sai sempre tutto no, sai tutto tu, mi dai fastidio, sai tutto e parli come un libro stampato, parli... tu, sì insomma quelle attrici di una volta ,quelle che si appendevano in pose ieratiche ai tendaggi assumendo espressioni artefatte , talmente artefatte che alla fine facevano ridere quando poi in realtà avrebbero voluto fare piangere.. “).
Ecco, dunque la madre era morta, e tutto era avvenuto in maniera così velocizzata, velocizzata e compressa: insomma, contrariamente al suo solito, quel lunedì mattina la figlia che viveva ancora con i genitori era uscita di casa, non usciva mai al lunedì, era strano, volendo andare più a fondo si sarebbe perfino potuto istituire un approfondimento a livello psicologico sul perchè mai non uscisse di lunedì, forse quello era un ambiguo impulso dalle occulte simbologie che a un occhio attento avrebbero fin potuto sviscerare il sostrato attitudinale di certe sue piccole manie, o forse era un semplice problema di pressione bassa, chissà mai...
Insomma, lei non usciva di lunedì, e invece proprio quel lunedì era uscita, ma era così, una questione di abitudine la sua, e quella mattina tutto era come sempre, e aprendo la porta per andare a prendere il treno, aveva scorto la madre intenta a spadellare nel cucinino, con indosso una camicetta dalle maniche corte e dalla scollatura a vi, e il suo occhio era rimasto fisso su quel colore di ciclamino molto vivo, quasi laccato.
Ma quando era ritornata di pomeriggio sul tardi, era già successo tutto- e tutto era successo secondo maniacali coincidenze che, messe in fila una per una, si sarebbero rivelate come ragioni necessitate la cui somma esatta  non avrebbe che potuto produrre la morte della madre, la sua morte in quel momento, e in quell'esatto modo, pur risultando a un primo impatto come qualcosa di altamente scoordinato, e assurdo fino al grottesco, un qualcosa che si era abbattuto su di lei con la pesantezza di un big-bang emotivo e per tutto questi motivi lei non aveva trovato ancora l'esatta misura del suo dolore, e nemmeno aveva potuto piangere come sentiva che per lei sarebbe stato meglio.
Certo, era tutto così stordente, e lei non trovava pace, faceva finta, senza soluzione alcuna faceva finta, faceva finta con tutti e anche con se stessa, doveva trattenersi comunque, non aveva più a disposizione gli spazi della precedente abitazione, e anche se lei avesse voluto urlare liberamente- un solo grido sarebbe bastato, un unico grido, ma di quelli che intendeva lei, un grido pervasivo, e liberatorio,un grido davvero e per una volta eccessivo, un grido potente e senza alcun controllo esterno che lo coartasse, un ululato che finalmente potesse scardinare la quinta di palcoscenico che pareva reggere sia pure miseramente un mondo fasullo -non avrebbe potuto, non le era permesso di urlare, le pareti che dividevano i vari appartamenti sembravano fatti di cartapesta.
E che quei muri fossero fatti di materiale scadente e di sottile spessore lo dimostrava il fatto che lei, quando andava nella camera da letto per cercare di dormire stentava a addormentarsi per via del gocciolio di un rubinetto eternamente in perdita. La testata del suo letto confinava con la parete divisoria di quello che era il bagno dei vicini, era strano davvero che i suoi vicini non lo chiudessero mai quel terribile rubinetto, era uno sgocciolio senza sosta, un gocciolio pervasivo, e maligno, ma come erano così precisi, così perfettini - la vicina era una maniaca dell'ordine,dell'ordine suo e di quello dell'intero caseggiato, era lei che sovraintendeva alla pulizia delle scale di ogni venerdì, quando sembrava di stare in quei casermoni popolari della russia arcaica, dove false portinaie compivano azioni di delazione per accusare i non ottemperanti, un luogo dove sembrava sempre di udire strani sussurri e di essere spiati da mille occhi, spiati dagli spioncini, non per nulla si chiamavano così) strano che alla vicina non le venisse l'idea che il rubinetto del suo bagno potesse essere rotto, ma come poteva non accorgersene, non lo sentiva lei quel gocciolio così insistito, la vicina davvero non era in grado di sentirlo?
Ma se lei lo sentiva notte e giorno, anzi cominciava a pensare che ci fosse una qualche perdita d'acqua proveniente dall'impianto idraulico di quel bagno, aveva incominciato a notare una leggera sfaldatura dell'intonaco proprio in corrispondenza della testata del suo letto, certo era a causa di quel rubinetto che perdeva, e che la tormentava con la sua monotona cadenza , la cadenza ipnotica e geometrica di una goccia in caduta libera e progressiva che rimbalzasse contro una superficie forse di laminato producendo un plink-plonk a segnare senza sosta un tempo ipnoticamente circolare.
Oltretutto l' eterno gocciolio del rubinetto in perdita nel momento di pausa tra il cadere di una  goccia (sulla superficie di chissà quale degli impianti sanitari, anche questo era un mistero, certo lei non se la sentiva di chiederlo alla vicina, non aveva poi tutta questa confidenza, anzi era vero il contrario) - e il riprendere a ricadere di un'altra goccia era accompagnato da un secondo ostinato rumore come di qualcosa che percorresse un corpo cavo fatto di lamiera facendolo vibrare con una sorta di eco, un tintinnio metallico determinato da un soffio di aria gelida che penetrasse da qualche misteriosa fessura nelle condutture e nei cavi che si insinuavano nelle mura e nelle fondamenta come vene.
I rumori - quei rumori, quei particolari rumori in sequenza, e a quell'ora poi, le ore del tempo in sospensione nel fondo delle notti- quei rumori la tenevano ancora più sveglia, e per quello per lei non c'era possibilità di pace, e d'oblio. Quei rumori dall' eco metallica erano come spilloni che le venissero arbitrariamente conficcati sulle palpebre stanche, per impedirle di chiudere gli occhi, lei era costretta a starsene lì stesa sul letto con gli occhi spalancati e fissi, e si immaginava pure che le sue pupille si  fossero dilatate al massimo in una sorta di midriasi stuporosa, come se la sua vista avesse dovuto subire un trauma , sia pure metaforico.
Lei. . .
Sì, sì, era certa, lei ormai ne era diventata certa con il susseguirsi dei giorni e delle notti insonni, si poteva morire per l'impossibilità di chiudere occhio, si era andata a informare era stato fatto uno specifico studio su un'intera discendenza familiare- era una famiglia italiana, ne era sicura, una famiglia di origini venete, aveva letto, l'aveva letto sulle pagine dedicate all'approfondimento scientifico di un quotidiano a diffusione nazionale, lei leggeva sempre tutto lei- una intera famiglia dunque era stata sottoposta a un attento studio epidemiologico per via di strani deperimenti accelerati e fatali di cui all'inizio non si riusciva a comprendere il motivo.
Ah, ecco, adesso ricordava, si trattava di una sindrome neurologica maligna, appartenente a una sottoclasse rara dei possibili morbi dei prioni e dall'identica eziogenesi dell'epidemia della mucca pazza, e lei aveva il timore di finire così a furia di non dormire, non si poteva non dormire,quando poi il dormire era una cosa essenziale, bisognava dormire, ma forse anche a lei era stato iniettato geneticamente un morbo fatale che fino a quel momento non aveva ancora dato sintomi, ma che ora cominciava a bruciarle le cellule dell'ipotalamo per bruciarla poi tutta intera Doveva dormire , voleva dormire, e invece  non poteva,  e oltretutto il suo organismo entrava spesso in una fase di surriscaldamento- sudava siudava, la pressione saliva a dismisura, e la stanchezza si faceva invincibile- in alcuni momenti l'intero suo corpo si comportava come un apparecchio elettrico survoltato,  un alimentatore eternamente attaccato a un presa di corrente.Ed era mostruoso, tutto ciò era mostruoso.
Aveva troppa memoria, ecco qual' era il suo problema – lo era sempre stato del resto.-aveva troppa memoria, e quindi sapeva che da quel momento in avanti mai niente , e nessuno, avrebbe potuto eliminare i fotogrammi, e le parole, del lunghissimo giorno in cui la madre era morta. E lei era quindi condannata a riviverlo quel giorno, in un circolo vizioso impestante, e malefico.
Forse, a ben guardare, il processo inarrestabile era cominciato- subdolo, stolido, inapparente nel momento dell'inocularsi del flagello, nemmeno un microscopio a scansione avrebbe potuto rivelarne la proliferante esistenza e gemmazione frenetica- il processo aveva preso a germinare dal giorno prima, una domenica come tante, il giorno prima del giorno dannato, la data dell'eclissi .

Erano sole in casa, lo erano molto spesso nel fine settimana, il padre- e marito- da tempo immemorabile aveva l'abitudine di ritornarsene nel paesino d'origine, a lui piaceva andare a trovare una sua sorella maggiore d'età che ancora viveva, non essendosi sposata, nella casa del loro genitori, lui era sempre stato una persona molto attaccata a quei posti, e a quei suoi parenti stretti: sempre, qualunque fosse il tempo meterologico, sempre si ritagliava quei momenti di libertà, da cui se ne tornava la domenica sera carico di prodotti e primizie della campagna, se ne ritornava felice e ritemprato, sembrava un bambino, un bambino felice, non aveva addosso quello sguardo all'ingiù che faceva stranamente assomigliare la sua espressione a quella di un cane bastonato .e melanconico, lo sguardo di un cane di razza cocker, quello che avevano posseduto ai bei tempi della prima casa., la casa con giardino.
Quel mattino di domenica, la madre aveva deciso di dedicarsi con più calma alla sua cura personale ,facendosi un lungo bagno caldo, e poi cercando di applicarsi – con cura e con metodicità, senza sbavature, senza macchie a colorare con antiestetici sbaffi dal colore di piombo la pelle intorno all' attaccatura dei capelli, lo faceva bene quel lavorio delicato, niente sbaffi o colature improvvide a macchiare per alcuni giorni la pelle, tutto procedeva per tappe perfette, bastava mettersi i guanti, bastava , a lei perlomeno bastava, lo faceva davvero bene come se fosse diventata meglio di una parrucchiera professionista- si applicava una tintura color antracite che a risultato di ossidazione terminato dava uno strenuo colore grigio metalizzato dalle fluorescenze azzurre, un bel colore quasi magico per la sua capigliatura dai capelli folti e forti, tagliata corta attorno al suo viso dall'ossatura decisa e attrattiva.
Prima se ne era stata ferma davanti ad uno specchio poggiato sul tavolo di cucina, a spalmare larghe strisciate di materiale fluido per coprire i punti di ricrescita, poi aveva atteso la solidificazione dei pigmenti chimici per circa una mezzoretta come da istruzioni per l'uso -dopo avere pestato bene le ciocche con il preparato ai lati della testa, il suo volto aveva per un istante assunto la ieraticità di una scultura da idolo su cui lampeggiava uno sguardo fiero e liquido-e poi se ne era tornata in bagno a togliersi il colore e a lavarsi la testa, non bisognava tenerlo troppo, poteva sviluppare chissà che reazione, si trattava di composti chimici da maneggiare con una certa cura, potevano determinarsi fenomeni di sensibilizzazione o di allergia e chissà che altro, usandolo ripetutamente e per lunghi anni potevano svilupparsi perfino tumori, uffa che tortura queste tintura micidiali per le donne con i capelli bianchi.
“ ma mamma, che ti prende, tutte ste cose tutte assieme, non è che esageri?
Lo sai che quando fai il bagno ti spossi, ti senti debole, forse usi l'acqua troppo calda , l'hai sempre detto tu stessa che l'acqua che usi forse è troppo calda, hai questo vizio hai, ma come è possibile, lo sai che l'eccessiva temperatura dell'acqua debilita, e oltrettutto anche la tintura...
perchè mai  hai voluto fare tutto oggi, non potevi una delle due cose farla domani, una oggi e una domani, non sarebbe stato meglio, che fretta c'era, ma ...dimmi hai degli appuntamenti, hai ?si può sapere perche hai voluto fare tutto oggi, dimmi..guarda lì come sei pallida, non sembri più tu, non sembri, ieri quando sei uscita a comprare la carne eri bellissima, con quel tuo vestito di seta poi, eri, adesso riposati dai..
Riposati, su, e la prossima volta, non fare tutto assieme, ascoltami quando ti parlo! ti prego su ascoltami, non mi ascolti mai, non mi ascolti, mi dici perchè non accetti mai i miei consigli? Mamma, oh mamma,...”
A quel punto, la madre aveva assentito, certo avevi ragione, non avrei dovuto fare le due cose assieme, la prossima volta farò come dici, seguirò i tuoi consigli, va bene, le aveva detto, e si era distesa un po' , su quell'ottomana che era stata un'eredità di vecchie zie del marito, più esattamente di una zia e cugina del marito, madre e figlia, appartenenti ad una famiglia benestante, la figlia una maestra di scuole elementari,una delle prime, la madre molto attaccata alla figlia dopo la perdita del figlio maschio appena adolescente, morto di tubercolosi- allora si moriva di tubercolosi, era una epidemia- e il suo viso di bambino assennato e serio riluceva ,al di sopra di una camicia alla marinara, su un medaglione di ceramica appuntato su abiti neri qualunque fosse la stagione.
Si era distesa – lo faceva pressochè ogni pomeriggio- in una posizione come quelle che assumevano gli antichi romani distesi sui triclinii, era la conformazione stessa del divano che la imponeva, aveva davvero una struttura originale, a un certo punto si verificava una specie di angolazione a cuneo, che poi costringeva a distendersi appoggiando un avambraccio per compensare la sottostante rigidità strutturale, divani di quella forma non ne facevano certo più, avrebbe potuto trovare da venderlo a un antiquario, si era detta più volte osservandolo, lei se ne intendeva.Si era distesa per rilassarsi e riprendere le forze, era davvero pallida, il colore del viso assomigliava al bianco di un tessuto dilavato, cereo, il suo era un volto cereo, questo pensava la figlia sogguardandola.
La madre si era dunque distesa e aveva sfogliato il giornale per circa una mezz'ora facendo ogni tanto anche dei brevi commenti, e dopo un po' senza bisogno di ubbidere a orari canonici si erano messe a consumare un pasto leggero, e veloce, un pasto senza spentolamenti e rigovernatura quasi, solo il minimo indispensabile, era domenica dopotutto, e con loro non c'era nessun altro.
E poi, mentre la figlia iniziava a pulire il salotto, mentre il frigorifero era lasciato a sbrinare, era un giorno di grandi pulizie, quello -”  no, tu non fai proprio niente, faccio tutto io, è domenica, lo sai che mi piace ogni tanto pulire come si deve, ogni tanto mi piace, tu non fai proprio niente, è meglio che ti riposi, è meglio”  la madre aveva acceso la televisione, fermandola su di un programma che stava trasmettendo la terza rete, un film in bianco e nero..:
Ma che razza di film, stava mai guardando, aveva l'aria di essere uno di quei film smielati che alla fine facevano piangere molto, e poi un film in bianco e nero, certo era un film melodrammatico, un filmone sentimentale nel senso più deteriore, meno male che non se ne facevano più, ma che razza di film sta guardando si era chiesta la figlia, mentre stava impilando le sedie sul tavolo della sala, per potere scopare meglio, e poi lavare il pavimento di granella di marmo dalle venature nere.
(Impilava le sedie antiche sul ripiano già lucido di un tavolo quadrato su cui era rimasta impressa la sagoma oblunga del ferro che una volta , lasciato appoggiato per un'emergenza ,aveva scarnificato il pesante riquadro di lanetta ricoperto a sua volta da una vecchia tovaglia verdolina, quella volta ben presto carbonizzata fino a lasciare dei sottili filamenti intorno alla linea di conformazione stampata sul tavolo, era una  testimonianza a futura memoria, ognuno di quei mobili del resto portava tracce di avvenimenti e cose, erano tutti molto vissuti, ed era per quel motivo che alla figlia piaceva lucidarli)
Lei impilava le sedie dallo schienale alto e con i sedili di pelle verde scuro attorniati da capocce rotonde di viti ossidate sul tavolo quadrato di noce stando bene attenta non fare troppo rumore per non aizzare convulsive reazioni da parte dei pazzi di sotto, quelli che alla responsabile del controllo delle pulizie comuni, continuavano a fare rimostranze. Troppi erano  i rumori che provenivano dall'appartamento di sopra abitato da quelli là, loro non ce la facevano a sopportare tutto quel bailamme, erano abituati alla vecchia proprietaria immobilizzata a letto, lei sì che non ne faceva di rumori, con lei si viveva nell'eden proprio perchè era praticamente paralizzata, e comunque quelle poche volte che era costretta a scendere dal letto aveva almeno l'accortezza di infilarsi delle ciabatte, la vecchia sì che sapeva come comportarsi, niente rumori di sorta, era così che piaceva a loro, solo così potevano sopportare che al piano di sopra ci abitasse qualcuno. Ma poi, poi se ne erano arrivati quelli : ma chi si credevano di essere quelli, non erano niente, non erano nemmeno dei proprietari, ma che gente mai era, sembravano camminare anzi pestare il pavimento di marmo con degli zoccoloni pesanti, meno male che al loro figliuolo era venuta la brillante idea di battere ritmicamente con il manico della scopa sul soffitto,di battere a ogni piccolo rumore, erano dei maledetti quelli,  se ne dovevano andare, non erano neanche dei proprietari, gentucola, vera e propria gentucola,non come loro, e poi, poi quella signora, che batteva il ferro con dei colpetti, oh quella poi, era meglio non parlare , era meglio non dire niente, ohssanto iddio misericordioso ohccielo gessummaria.
Aveva detto tutte questo vomitio di parole, il solerte figliuolo della famiglia dei pazzi, quelli stessi che tempo addietro, nel pieno della notte, nel colmo delle ore piccole di una notte al suo culmine- quando tutto era solo silenzio inerte- avevano suonato alla porta degli inquilini di sopra- i maledetti, quei maledetti- tenendo la mano arpionata sul campanello per non correre il rischio fottuto di non farsi sentire.
Erano lì, in piedi, a calpestare lo stuoino di cocco e la figlia, spaventata da quello squillo così insistito- e a quell'ora poi- li aveva guardati tenendo sollevato lo spioncino, lo stesso che la dirimpettaia usava tenere perennemente alzato, per essere pronta a controllare i loro movimenti ad ogni girata di chiave, secondo lei era meglio controllarli quelli, in fondo di loro non si sapeva nulla, e chi erano mai, quelli.
Erano i genitori del ragazzo del cappellino, moglie e marito, quella notte.
La figlia aveva indovinato la loro identità più che dalla visuale dei loro ghigni deformati -come sotto gli specchi anamorfici di un  tunnel dell'orrore da luna-park - più che vedendo le loro bocche oscenamente allargate e i piccoli occhi resi ancora più porcini dalla assimetrictà determinata dalla struttura della lente ottica inserita nello spioncino, era stato ascoltandoli che lei aveva potuto capire di chi si trattava.
A spaventarli con il suono lacerante di un campanello tenuto premuto, e con grida di “ ma non vi vergognate a ascoltare della musica moderna e spaccatimpani, e a quest'ora di notte? A QUEST'ORA poi, non vi vergognate
E con il volume a quei livelli, smettetela di disturbare, qui di discoteche non ce ne sono mai state, e che musica poi, che musica...” a salire a quell'ora erano stati i genitori del ragazzotto dal capellino sempiterno calato a nascondere lo sguardo già sfuggente di per suo.
E i genitori di lei, che dormivano da parecchio, eccoli adesso lì a piedi nudi sull' impiantito gelido, pallidi e con i capelli bianchi scarmigliati, e anche un po' tremanti e come incapaci di rispondere alcunchè agli energumeni al di là della porta d'entrata: solo lei, che prima di quello squillo spaventevole se ne stava a leggere nel silenzio più totale, solo lei aveva cercato di rispondere, ma loro si erano messi a parlare sulla sua voce- forse per impedire anche quella minima reazione- e allora lei aveva lanciato un urlo belluino, e allora se ne erano infine andati...
Era stata da quella notte, la notte dei ghigni deformi come nel famoso parco di Bomarzo,che la figlia aveva iniziato a trascrivere su dei foglietti tutto ciò che sentiva gridare dal figlio menomato attraverso i vetri totalmente aperti di quell'estate dal calore di fornace, era meglio avere delle prove documentali, se solo avessero osato continuare in quell'atteggiamento da paranoici contro di loro che non facevano nulla di male, avrebbe usato quelle frasi ecolaliche come testimonianza di passibile denuncia penale, era una cosa terribile vivere lì, eppure eppure...
Dunque, dunque, mentre lei spostava le sedie mettendole a gambe in su sopra il tavolo massiccio - in quella posizione con un panno poteva spolverarle e poi lucidarle con l'olio paglierino, la madre ( era stesa sul divano, ma  a dire il vero non è che poi se ne stesse bella quieta lì a guardare quel film in bianco e nero, no, si stendeva, stava lì un po' in cerca della posizione più adatta su quel divano rigido , poi si alzava nevrotica e se ne andava un po' in giro svogliata e inquieta, accendendosi di tanto in tanto una ms gusto leggero che poi lasciava bruciare in un posacenere di ottone senza inspirarla quasi, come il suo solito del resto) ecco a un certo momento la madre le aveva detto:
" ehi, ehi vieni qui a sederti anche tu, lascia stare, continui dopo, su dai, vieni a vedere questo film, sai è bello. E mi ricorda , mi ricorda quello che ho vissuto in casa dai miei...
anche mio fratello tutte noi sorelle ci ha trattato così, proprio così, mio fratello si è comportato da bestia come il protagonista di questo film, oh, come è vero questo film, è vero le cose sono proprio così, sono proprio così dappertutto, alla morte dei nostri genitori ha preso tutto lui quello che avevano , diceva che era suo diritto, che spettava a lui che era il maschio vieni su dai, siediti qui vicino a me, vieni a vedere dai”
E lei allora se ne era stata un po' seduta a guardarselo.
Era un film ambientato in Cina, ma guarda che strano, come mai la madre diceva che anche lei aveva vissuto una storia simile, in cina poi, e la protagonista era una donna abbastanza giovane e dai tratti delicati, anzi perfino emaciata pareva, e lei la immaginava a colori, la immaginava con un voto olivastro come certe statuette di avorio invecchiato e con una sottile vena blu battente sulle tempie come se in lei ci fosse un solo continuo palpito in inarrestabile spasmo, un qualcosa di simile a un animaletto che la torturasse.( che si agitasse a mo di serpentello, e che fosse lì  appositamente per torturarla)
Faceva la parte di una derelitta e c'erano spesso dei primi piani di lei che piangeva, e la sua voce doppiata sapeva rendere il tono di chi è vicino allo sfinimento e vorrebbe tanto lasciarsi andare.
E era la storia di una famiglia di contadini, con tanti figli, e parecchie disgrazie che accadevano in un ambiente già all'origine povero, accadevano carestie, violenze funeste, arbitrii dei potenti, soprusi meschini , e il più terribile risultava il fratello, che si appropriava con un atto di imperio degli scarsi beni e le femmine erano invece figure di contorno, figure pallide fino all'evanescenza su di uno sfondo inenarrabile di turpitudini familiari, e sociali, in una cina rurale basata sui rapporti di sangue, dove alla fine tutti sembravano vittime di rapporti torturanti e conflittuali, sembravano vittime perfino i carnefici
E si piangeva, e si moriva, era una vera ecatombe, e alla figlia- all'ennesima scena di funerali- era venuto in mente il primo funerale che aveva visto da bambina, era stato quello di una nonna vista poche volte, la mamma di sua mamma. Lei ricordava, ricordava: tutto le era rimasto impresso come un tatuaggio cerebrale, o come su una carta copiativa di quelle che certe volte suo padre le faceva provare a usare insegnandole a battere su una sua macchina da scrivere che aveva portato a casa dall'ufficio.
Rivedeva come davanti agli occhi in quel preciso momento la madre con il pancione enorme di una gravidanza giunta ai termini,che correva vestita di nero - forse aveva anche un velo nero sulla testa?- correva con la figlioletta accanto e la manina di lei veniva strattonata come se la madre venisse trascinata contro la sua volontà da folate di vento inarrestabili, lungo le strade asfaltate che percorrevano trafelate alla ricerca di negozi dove trovare qualche indumento che mancava per il funerale
La notizia era giunta inaspettata e loro erano uscite subito perchè la madre forse voleva comprare un paio di guanti e delle calze velate, naturalmente di colore nero, forse, o lei perlomeno aveva capito così ma non ne era del tutto certa. La madre le sembrava non più lei, ogni tanto le puntava addosso lo sguardo e allora lei vedeva i suoi occhi che saltellavano e non si fermavano su nessun punto, e a un tratto le sembrò che loro due camminassero pericolosamente: sempre artigliandola sulla sua manima, la mamma la aveva fatta scendere dal marciapiede, con uno strano movimento di scarto, deciso senza ragione apparente, proprio nel momento del passaggio di una macchina a velocità sostenuta e lei si era ritratta spaurita. La bambina sentiva il dolore della donna vestita di nero, indovinava da particolari minimi che lei era invasa da un dolore che la schiacciava, a lei bambina era parso perfino che la pancia che racchiudeva il fratellino subisse anch'essa degli scossoni, dei trapestii, tutto sembrava colare, tutto era diventato di botto un budino molle nero, prossimo allo.scioglimento.
E la madre continuava a tenerla per la manina sinistra, la teneva con una forza aliena e compulsiva- una forza che la gettava in un timore mai prima sperimentato, e che le faceva battere il cuore a mille- e alle sue domande non rispondeva, e lei non ne capiva l'oscuro motivo, tutto era troppo veloce, e la madre a ogni sussulto sembrava scivolare via pur continuando a tenerla per mano, come se stesse per staccarsi per sempre, forse voleva involarsi per raggiungere il più presto possibile la sua mamma morta.
E poi, e poi, dopo un lungo viaggio, erano arrivati alla casa della nonna, e lì a lei era sembrato di entrare in un antro senza luce, tranne lo smunto chiarore che veniva dalla porta di entrata dalle ante massicce e spalancate, dal cui perimetro sbucavano senza pausa persone sconosciute in processione continua e il loro scalpiccio sul pavimento di pietra le ricordava il rumore di animali inquieti e forse malati, che con le zampe scavassero buchi nella pietra, dei graffiti indecifrabili di dolore.
Al centro della stanza squadrata e ricca di ombre alle pareti ,tutti i membri della famigliola- un unico blocco compatto, le bambine come dei piccoli soldatini- si erano fermati davanti a un qualcosa di imponente a cui lei non era poi riuscita a dare nessun nome, sapeva solo che si poteva parlare di un qualcosa di doppio, e di pesante: al di sotto c'era un'impalcatura di non si sa quale materia e di quale forma: era un qualcosa di insostenibile allo sguardo, forse addirittura brutto,e per quel motivo qualcuno lo aveva ricoperto con uno di quei tendaggi che sembravano luccicare forse perchè fatti di seta, tessuti solitamente usati in chiesa durante le più importanti cerimonie, quelli che servivano come drappeggi ( paramenti) a indicare la festa per via di un che di sfarzoso- era per via del materiale di cui erano fatti che luccicavano- e quel tendaggio che ricopriva chissà che armatura sottostante era un tendaggio dai bagliori metallici che viravano su una tonalità di ferro e di cenere, e non bastavano a alleggerirlo i bordi di colore avorio.
Al di sopra di questo “gradino” era stata sistemata una specie di cassa di colore talmente chiaro, che lei rimase convinta che avessero chiuso la nonna in una di quelle cassette a doghe che servivano a conservare la frutta magari in cantina ( tra l'altro le era parsa di forma squadrata, anche se negli anni successivi ripensandoci si era convinta che certo non era stato così, non esistono casse da morto squadrate) e all'interno della cassa si trovava una figura tutta stretta e tutta storta, un donnino rattrapito come se qualcuno l'avesse sottoposta a un processo di essiccazione, al termine del quale sembrava essersi solidificato solo l'involucro esterno, una pellicola color ocra e stropicciata da mille fenditure. E lei, guardandola per un lunghissimo istante, si era sussurrata:”no, non è la nonna, io non so chi sia questa donnina , non la conosco certo, non l'ho proprio mai vista prima, e poi, e poi..che ci sta a fare là dentro, tutta stretta, no no, la nonna mi pareva diversa, e poi... era sempre in movimento, certo non è lei... “
E poi aveva guardato la sua mamma, e anche lei sembrava non la riconoscesse, forse stava chiedendosi dove mai erano capitati quel giorno dopo un viaggio così lungo, e allora la piccola bambina aveva tirato un sospiro di sollievo, la nonna non era quella , e quindi la nonna era ancora viva, anche se attorno a quella scatola di forma squadrata e di colore chiaro erano stati appoggiati numerosi piccoli vasi di coccio dalla cui terra scura fuoriuscivano bellissimi ciclamini giganti dal colore come laccato che a lei parevano proprio identici a quelli che si potevano trovare nei boschi lì attorno, dove lei ricordava di essere andata proprio in compagnia di quella nonna, e con una torma di cuginetti sconosciuti.
E adesso , adesso mentre guardava con la madre quel film ambientato in una cina rurale dove perfino i sommovimenti rivoluzionari sembravano lasciare immutata la condizione di miserabilità del vivere in una realtà dove imperava unicamente la durezza gerarchica di leggi imposte dall'alto e rapporti sociali affilati e scabri che non potevano concedere alcunchè alla tenerezza, ecco che tutto di quella prima esperienza di lutto le veniva alla mente, come una specie di rigurgito in realtà mai allontanatasi da lei, un bolo sedimentato ecco, una stalattite concrezionatasi nei viluppi e nelle intercapedini della sua soppalcatura esistenziale: tutto era sempre stato lì, e anzi aveva sedimentato, e era cresciuto.
E aveva scavato nella sua mente chissà quali sentieri storti e stretti, stretti e stortignaccoli come quella donnina strana, come quelle doghe che le sembravano formare una cassetta in cui fosse stato posto il prodotto di terribili processi di essicazione, o forse di prosciugamento e centrifugazione, come se si fosse avuto a che fare con un tessuto dilavato e reso inservibile perchè una casalinga forse in sovrappensiero per i troppi compiti a cui era asservita aveva pigiato il tasto sbagliato della lavatrice e dall'oblò al termine del ciclo di lavaggio fosse venuto fuori un ente macerato e che si sfilacciava liso e rotto tra le mani.
Al termine del film, la madre le era sembrata ancora più pallida, e , siccome anche lei aveva iniziato a sentirsi affocata- e per via di quell'aria resa ardente da un clima afoso come mai prima, e per una sensazione di mestizia che la prendeva alla gola- aveva tirato un po' su le tapparelle, ma subito le aveva riabbassate: insieme a un sottilissimo refolo di aria più leggera, subito erano penetrate nel salotto le urla gutturali del figlio menomato della famiglia che abitava al piano di sotto.
Quel tale per l'intero giorno era rimasto impalato- incredibile a crederci, ma se ne era rimasto immobile come un soldato in una garritta per il turno di guardia, sembrava incapsulato in un alveo invisibile che lo faceva essere un tutt'uno con il davanzale-  con i gomiti appoggiati al davanzale di una delle due finestre, la finestra che corrispondeva alla loro cucina, e appena sentiva un fruscio un leggero spostamento, un parlottio sia pure smorzato, subito lo si sentiva pronunciare sproloqui di incredibile volgarità gratuita, oscenità che forse dovevano servire a fare capire che loro non potevano sgarrare, perchè cosa credevano, si erano forse dimenticate- loro -che lui non era andato in vacanza per dimostrare ai ladri che il suo bell'appartamento non era stato lasciato incostudito, lui era lì, c'era lui che le teneva d'occhio, e meno male.
Prima di riabbassare di nuovo le tapparelle, lei aveva fatto in tempo a memorizzare quell'ultimo grido maledicente, ormai ne aveva trascritti un bel po', quell'ultimo era più escrementizio del solito, diceva esattamente:” va a cagare mi fa girar la palla, va a cagar mi fai girar la palla” ed era stato pronunciato con una voce cantilenante quasi a mo' di canzoncina per bambinetti, una vera e propria tiritera, ne aveva di fantasia il tale dal capellino- mascheratura, fantasia deviata certo, ma sempre fantasia, lei si era detta.
Quello sembrava conoscere  a menadito tutti gli epiteti possibili (che fosse affetto della cosidetta sindrome di tourette che faceva rigurgitare ecolalie di quel tipo, e pure assumere atteggiamenti stereotipati, e fissi? no, non poteva essere solo quello, già aveva parlato di sparare a vista e di impallinare quelli e di dar loro poi un colpo in testa se quelli non se ne fossero andati, e aveva pure gridato fino all'afonia come fosse un inno calcistico da naziskin alè alèoh, c'è da sprangare, c'è da sprangare ohohh, e voglio il morto, voglio il morto .
No, non poteva essere solo quello lei non lo credeva possibile, tutto faceva pensare a qualcosa di altrimenti grave) e scavava nella palude delle maledizioni e delle invettive, forse si intendeva pure di fatture.
Se la di lui madre avesse osato lasciarlo per un momento da solo- gli stava sempre alle spalle, non lo lasciava un attimo,quel giorno se ne era stata anche lei appoggiata accanto a lui sul davanzale, e non lo aveva mai ripreso una sola volta nelle sue deiezioni mormoranti- se la madre non avesse fatto l'atto esteriore  di stare lì a fare finta di controllarlo quello certo avrebbe combinato fracelli, chissà mai cosa avrebbe potuto commettere, magari avrebbe concretizzato materialmete i suoi deliri oscuri e malsani, c'era da avere paura , c'era...
E alla fine di quella serata scirrocosa in cui ogni cosa l'aveva spinta verso il basso come se una mano artigliata di un gigante deforme l'avesse voluta tenere chinata verso terra in un ferreo atto di sottomissione imposto- tenendola ferma per la collottola mentre le vertebre cervicali erano schiacciate da un peso innaturale e qualcuno in sovrappiù o sempre e solo lo stesso gigante stesse cercando di batterla con un manico di scure per sfilacciarla e renderla appetibile e certo più malleabile e rassegnata agli accadimenti, a qualsiasi accadimento- a lei era venuta in mente l'operazione di essicazione del merluzzo, ecco la sensazione che provava era esattamente quella.
Allora lei si era messa a pensare alla sensazione di soffoco che subito – anche se maldestramente-aveva percepito il giorno del loro arrivo in quel caseggiato colore oliva costruito ai primi del novecento in quell'informe paesone senza storia, e senza segno alcuno di una qualche forma di bellezza paesaggistica, e forse financo umana.
Appena entrata tra quegli spazi chiusi che lei non aveva potuto nemmeno vedere in anteprima per farsene una minima idea - no, non si era potuta preparare, non glielo avevano permesso, era stata un azione ex -abrupto, una forzatura anche quella, e tutto per metterla di fronte al fatto compiuto- l'aveva investita una atmosfera pesante e attraversata dall'addensarsi di uno struggimento invasivo per cui tutto sembrava triste, e le mura massicce come per una deformazione ottica le parevano lì lì per collassare su se stesse per via di fessurazioni interne determinate dall'affannoso scorrere del tempo, come se quella tipologia costruttiva avesse - man mano che il tempo procedeva - il non tanto recondito scopo di rendere lo spazio abitativo sempre più asfittico, come se ogni stanza fosse poi un loculo solo un poco più ampio,
e lo era ancora di più in quel loro appartamento dove tutti loro avevano iniziato a sentirsi rinchiusi  a partire dal momento del loro arrivo.
Tutti loro, nei giorni successivi ,ne avevano avuto sempre più la prova incontrovertibile, non si poteva uscire senza essere sottoposti all'implicito controllo immediato contrassegnato dall'alzarsi e rinchiudersi metallico dello spioncino, gli abitanti di quel caseggiato sembravano essere ossessionati tutti da un tic nervoso, le dita sempre lì a sollevare lo sportellino metallico- forse le loro vite erano monotone, e non avevano niente di meglio da fare che mettere su elucubrazioni cercando di indovinare le vite altrui- e non si potevano spalancare neppure le finestre per via del logorroico martellare distruttivo e osceno dello psicotico che veniva considerato un normale bravo ragazzo- tanto bravo, certo tanto ordinato e preciso,
come tutte le ordinate famigliuole lì dentro, del resto.
Oltretutto, se poi tanto per cambiare ci si affacciava anche solo per un istante sul balcone che dava sul cortile interno (che più che un cortile sembrava uno stretto budello in continuo brulichio) si era costretti a posare inevitabilmente l'occhio sull'anziano paralitico in carrozzella che prendeva l'aria sullo striminzito balcone del palazzo prospiciente, e anche da lui-  da laggiù, da laggiù in fondo come da un tunnel sotterraneo scavato nello zolfo fumigante, da laggiù come da una distanza aliena eppure vicina - ogni tanto provenivano grida di animale braccato che invoca la liberazione .
E certo con questi panorami davanti veniva poi facile pensare all'impazzimento del suo vecchio cane- una anima in pena era parso quella volta, era stato uno spettacolo incredibile-il bastardino che tanto assomigliava a un cane di razza bergamasca però di taglia più ridotta,e che il giorno stesso del loro trasloco dalla casa immersa nel bosco era stato preso da un convulsivo moto parossistico in avanti e indietro per tutte quelle stanze sconosciute come se fosse diventato un pupazzetto a molla inarrestabile o si fosse trasformato in una vecchia trottola eternamente costretta per un maleficio a vorticare sul suo proprio perno.Aveva tutti i peli ritti come se avesse avvicinato i fili della corrente elettrica, dall'aspetto non sembrava nemmeno più lui, era praticamente irriconoscibile, era , e quello suo sfiancante movimento rotatorio dei suoi muscoli involontari lo aveva poi portato a accasciarsi ululando stremato, e il suo molle guaiolio non si era fermato un attimo durante quella notte infinita.Quel simpatico cane ridotto ben presto a una specie di animale impagliato, un automa ecco era diventato un automa, fermo lì sotto il letto materno in una notte di tregenda e di passi e di scalpicciii e di tremori di origine sconosciuta e di presenze animalesche doloranti al pari di essere umani senzienti ( e per fortuna il giorno dopo era un sabato e lo si era potuto portare in campagna, visto che se fosse rimasto lì sarebbe ben presto morto)e a lei quell'inizio era sembrato avvenire sotto un cattivo auspicio davvero.
E con il passare delle giornate la sua indefinita sensazione si era venuta malignamente concretizzando, e quel pomeriggio... quel pomeriggio poi...poi la visione di quel film in bianco e nero ambientato in cina , di quel film che aveva riportato alla mente derive ossessive di ricordi seppelliti in modo superficiale, e con in sovrappiù la visione preoccupata del volto amato della madre, davvero troppo pallido per una serie di coicidenze destrutturanti( e il bagno troppo caldo e la cerimonia della tintura e il film) oh, tutto ciò era troppo..
E era stato per tutto questo – e forse anche per altro- che il giorno dopo, contrariamente a una sua abitudine consolidata, lei era uscita, si era presa una specie di piccolo intervallo, non aveva programmi particolari, avrebbe deciso nel tragitto che la portava alla stazione cosa fare e dove andare, conoscendosi sapeva che anche questa volta sarebbe stato un piccolo viaggio che le doveva servire a vedere e a pensare con più esattezza, lontana da tutto e da tutti.
Uffa, uffa, il fatto era che non sapeva che fare, sapeva solo di doversene uscire per qualche ora da quella atmosfera spossante.
Va bene, va bene - si disse a un certo punto- visto che non so che altro potrei fare potrei approfittare per andarmene a dare un'occhiata a quell'indirizzo che mi ha dato Hibraim, lui mi ha assicurato che è l'indirizzo del posto dove abita, va bene farò così, quella cittadina è sempre in zona, la conosco bene, anzi la conoscevo bene, ci abita pure la cognata di una mia sorella, sì , ho deciso, vorrei verificare la verità di ciò che mi racconta, avere visione della sue condizioni di vita, non posso continuare a limitarmi a ascoltare solo le sue chiacchiere, non è che lo conosca poi da molto, potrebbe avermi detto un sacco di balle, sì mi sembra una persona a posto, ma è meglio andare a vedere di persona.
E certo, l'aveva conosciuto da pochissimo Hibrahim, un tardo pomeriggio di circa un mese prima si era sentita osservare mentre si aggirava trafelata nella stazione di M., e poi si era accorta che due uomini la stavano osservando con un sorriso a 32 denti, e il più alto dopo un po' l'aveva avvicinata, e lei- sbadatamente, come al solito sbadatamente – gli aveva dato retta, forse per noia
“sai, mi chiamo Hibrahim, vengo da marocco, da casablanca, vengo, conosci tu casablanca, bella casablanca', e anche tu bella”
“....ma ..bah..veramente, ah..sì, casablanca, certo...no, non conosco casablanca, sarà certamente bella..non dubito..non dubito, beh, non la conosco no, ma so che esiste, è piuttosto famosa, mi pare...
Ma perchè sorridi sempre...che hai da sorridere?”( a lei il sorriso di lui dava quasi fastidio, che c'era poi da ridere, non si poteva ridere sempre, le pareva “innaturale”, le pareva)
“eh che c'è di male se sorrido, a me piace sorridere, a te no? è così bello, dai sorridi, dai.come ti chiami..cosa fai dove abiti..”
“Roberta, mi chiamo roberta...è un bel nome, no, non ti sembra..Roberta Roberta...ti piace il nome Roberta? Mi chiamo roberta e basta...per ora mi va di dirti solo questo, ma tu, tu dimmi che fai qui in Italia sei forse qui per lavoro o per vacanza?”
“ ah, sì, io qui per lavoro, sai io in marocco ho preso diploma, ho studiato, qui ho fatto prima il magazziniere, ma poi ho cambiato, e adesso mi alzo ogni mattina alle cinque per andare a lavorare come elettricista, un bel lavoro, mi piace, non era la mia qualifica, ma ho imparato subito, mi ha preso una ditta che lavora in appalto.Ogni mattina prendo il pullman e vado fino a L., ritorno solo la sera, tutto il giorno lavoro, tutto, senza orari..niente orari regolari niente..e poi sono stanco...e tu...”
“guarda ..sta arrivando il mio treno..non posso perderlo..devo scappare..ci vedremo un'altra volta....”
Si erano messi a chiacchierare altre volte seduti sulle panchine di marmo gelido di quella stazione , una stazione deserta nel caldo di serra di una estate che così non si ricordava, praticamente solo loro immobili come statue nelle ore zenitali dei pomeriggi torridi, lì sotto pensiline raffazzonate in eterno rifacimento incompiuto e contornati da cartelloni pubblicitari che sembravano stringerli in un angolo, un ambiente davvero metropolitano e come raggelato dall'altrui indifferenza, che però a lei non dispiaceva, diceva che era in ambienti come quelli che si sarebbe potuto parlare meglio, se solo lo si avesse voluto...
E un giorno lei aveva scarabocchiato con la biro uno schizzo del suo volto sorridente e poi , e poi lui aveva cercato di baciarla, ma lei aveva distolto la testa e allora Ibrahim, quell'Hibrahim bello come un attore degli anni 60, un povero ma bello- chissà poi perchè le era avvenuta questa associazione mentale- vedendo la sua titubanza, le aveva dato il suo indirizzo, come per rassicurarla, certo lui era interessato a lei, ma come non l'aveva ancora capito, forse che non si fidava,e perchè mai non si fidava, forse perchè era del marocco, ma lui lavorava, lui , era a posto , sì a posto, non glielo aveva già detto che era a posto e che si poteva fidare sì che glielo aveva detto glielo continuava a ripetere se per quello,e lei doveva solo fidarsi, senza fare finta di non capire come lui avrebbe voluto che le cose fossero tra di loro, mica lei fosse razzista per caso, no, lui sapeva che lei non era razzista, una donna come lei certo non lo era.
Ecco, aveva deciso cosa avrebbe fatto quel giorno,aveva deciso di punto in bianco, quel giorno che non sapeva cosa d'altro fare, nelle sue ore d'aria che le servivano per pensare meglio, sarebbe andata nel paese dove abitava H.
E dopo una mezzoretta tra treno e pullman era lì che se ne girava con quella listarella di carta stropicciata tra le dita, alla ricerca di quella via dove le era certa di non essere mai stata prima.
Eccola lì, dunque: la cittadina era come la ricordava, non era poi cambiata, le piaceva sopratutto la parte centrale, quella più vecchia, quella dove le strade selciate si restringevano in vicoletti contorti che parevano quelli di un labirinto senza uscita.
Oltrepassato uno slargo angolare( dove una chiesa non troppo grande e di pietra di arenaria si introduceva in un crocevia come un corpo estraneo, data la mancanza di spazio che la teneva come appicicata a esercizi commerciali di ogni risma, alcuni dalle insegne in lingua inglese per darsi una patina di modernità trasgressiva) ecco l'inizio di una viuzza corta e un po'soffocante, ai cui lati si fronteggiavano piccoli edifici bassi- al massimo due piani- di case definibili come dignitose costruzioni popolari, case una volta abitate certamente da artigiani e operai, e ora degradate, e lasciate andare.
A lei quella straducola era subito parsa come un carrugio abitato da gente non stanziale,un allucinatorio posto di mare trapiantato incongruamente nella piatta zona padana, un'area periferica dove si insinuava un odore di rancido come di cibo lasciato a marcire...un suk arabo trapiantato in zone piccolo-borghesi e in decadenza ecco, fu questa poi la sua conclusione quando se ne andò.
Aveva suonato incerta il campanello di quella casetta che sembrava disabitata, le tapparelle completamente tirate giu sulla facciata screpolata dove l'intonaco era dello stessa sfumatura giallo-verdastra di dove abitava lei, e se ne stava per andare- certo lì dentro non c'era nessuno, tutto era chiuso e silenzioso- ma poi una persona che lei non aveva mai visto aveva aperto, e la sua espressione era stupita, sembrava chiedersi chi mai si fosse arrischiato a arrivare fin lì, come se quella fosse una zona off-limit.
“abita qui Ibrahim X, abita forse qui? Mi ha detto che abita qui, è stato lui a darmi il suo indirizzo, a dirmi dove abitava, ho forse sbagliato indirizzo?- aveva biascicato lei imbarazzata, e sulla via di andarsene senza neppure aspettare una risposta.
“ahm Ibrahim x, sì Hibrahim, sì , certo, abita qui, io sono suo cugino, lui però non c'è... non è ancora tornato dal lavoro, ma prego, prego si accomodi “
“no, no, non posso, devo andare subito, dovrebbe solo dirgli che è venuta a cercarlo Roberta...Roberta, capito, mi chiamo Roberta, lui sa chi sono”
“ Ma su, venga, aspetti un po' dentro su...qui fuori è troppo caldo”
E lei allora era entrata, voleva vedere, voleva rendersi conto di che tipo di vita facesse Hibrahim,era andata lì solo per quello, in fondo.
Certo i due uomini- o erano tre, per un istante un altro uomo si era affacciato da una porta posteriore semiaperta su quello che pareva uno spazio esterno, e subito l'uomo era sparito- all'interno di quel misero spazio che aveva l'aria di servire come cucina e che però a lei era parso il ridotto di un campo-prigionieri, si erano dimostrati gentili e ospitali, e tutto ciò le era parso perfino commovente ( Non sapevano più che fare, che cosa offrirle, si agitavano spostando tazze e cercando l'occorrente come se non sapessero dove mettere le mani esattamente e alla fine le avevano servito su un microscopico vassoietto orientaleggiante un infuso caldo di non sapeva che erbe rinfrescanti, che lei quasi si stava versando addosso talmente i suoi gesti erano diventati maldestri, perchè si sentiva a disagio sotto gli sguardi affamati- sì il loro era uno sguardo famelico, famelico,era quello il termine da usare- di quei due sconosciuti che sembrava non avessero mai fatto entrare lì dentro una donna prima di lei).
E poi  e poi– in seguito anche a sue domande specifiche.-avevano cominciato a raccontare la vita che facevano, e anche qui a lei era venuto da piangere, i vedeva , riusciva a vedere le loro vite, vite di impicci e desolazioni e di sguardi e movimenti famelici, e poi e poi...e poi lei guardandosi attorno aveva cominciato a maledire mentalmente la gente laboriosa e cattolica di quel paesino, gente che dava in affitto case fatiscenti a quei poveri disgraziati che chissà quanti erano a vivere lì in una stessa stanza , piccoli proprietari che cercavano miseramente di lucrare sulla disperazione altrui, e non se ne accorgevano neppure o facevano finta.
A un certo punto, in fretta e furia- certo lei li leggeva gli articoli sulle condizioni di vita degli immigrati,ma un conto era leggerli un conto verificarli di persona- non se le era sentita più di rimanersene lì a ascoltarli, e, accampando una scusa “eh, non posso restare, non posso tra poco ho il pullman di ritorno, dite a Hibrahim che è venuta a trovarlo Roberta, ditegli così, lui mi conosce..grazie di tutto, grazie..siete stati molto gentili, davvero..ciao”e se ne era uscita come correndo, come se quegli sguardi le trasmettessero una muta implorazione a cui non c'era modo di rispondere.E uscendo e guardandosi in giro,aveva dato un'ultima occhiata circolare forse per imprimersi fotograficamente quella visuale e da quella stessa porticina posteriore da cui prima si era affacciato una figura subito scomparsa era riuscita a scorgere uno spicchio di cielo bianco e pesante che avvolgeva un tronco rachitico di una pianticella forse morta, una specie di arbusto che fuoriusciva sghembo da un 'aiuola sassosa del cortile interno, cinto tutt'attorno da una muraglia su cui mancavano solo dei cocci di bottiglia per difendersi dai ladri.
Ma che cavolo di posti...ma che cosa incredibile era uno spettacolo del genere..non era possibile, davvero non era possibile un tale scempio...A lei la visione di quella muraglia- così incongrua, cosi incongrua e anche un po' ridicola ,a recintare una casetta cosi minuscola, e circondata da ogni lato da altre abitazioni consimili e addirittura in una zona centrale e certo frequentata, e quindi controllata- quella particolare veduta le suscitò (anche questo suo accostamento era peregrino, e forse surreale, ma forse non poi tanto, a ripensarci bene) un flash-back: rivide avanti sé le alte muraglie -queste sì con spezzoni di vetri rotti per evitare intrusioni e ladrocinii- che cintavano il famoso parco dove si erano accostati con la macchina più volte lei e quello che da tempo immemore aveva denominato l'ineffabile, alias il killer emotivo, alias l'assassino tout court( Uno scorticatore gelido e indifferente, quello,  che aveva passi felpati e che sembrava sempre metaforicamente indossare dei guanti, quasi non volesse lasciare tracce intenzionato come era a agire industurbato e rattesco nelle sue azioni criminogene, e con effetti a lunga durata.  di seduttore senza seduzione vera:  vado, la circuisco, la deformo emotivamente, e di nuovo mi metto in caccia..forse era questo il motto del tale, forse)
E, al solo nominare mentalmente ciò che non era nominabile, iniziò a sudare ancora più profusamente, forse questo era un bene, era un meccanismo che faceva espellere tossine, e ciò serviva, serviva, in una giornata come quella serviva certo.
Sempre tenendo una andatura veloce come se fosse inseguita da una muta di cani randagi nelle strade in realtà deserte- e chi mai si arrischiava a girare in quelle ore terribili in cui il sole incombeva, e l'aria era satura, satura, e tutto incombeva- si era fermata per riprendere fiato davanti a una lunga cancellata semi aperta che immetteva su di uno stupendo giardino di grande estensione, un giardino cosidetto all'italiana e aperto al pubblico .
Un po' titubante- non sapeva che fare non sapeva, non sapeva nulla - come in stato di sonnambulismo vi iera poi risolta a entrare : lì tutto era calmo e refrigerante, e molle e gli uccellini cantavano e il verde era smagliante, anzi talmente bello da avere un aspetto inquietante, la bellezza che nasconde un tranello e che è l'inizio del perturbante, lo aveva detto un famoso poeta, e lei era d'accordo, ne aveva avuto esperienza diretta.
In fondo al giardino era posizionato un edificio che sembrava bisognoso giusto di una rinfrescata, con un che di semplice epperò aristocratico nel complesso, le linee semplici e nette erano le più belle esteticamente, lei lo aveva sempre pensato e ancora una volta se ne convinse.
Sulla facciata rettangolare e molto allungata rispetto all' altezza - accanto vi era un piccolo edificio certo aggiunto sucessivamente-  le porte erano innumerevoli e di colore cilestrino scorticato, e davanti c'era un ampia veranda coperta e impaventata, con delle sedie impagliate che sembravano attenderla.
E c'era un donnone avanti negli anni, ma con ancora una certa solidità nelle carni strette in un abbigliamento da cameriera o da governante, meglio governante, si disse lei, guardandola meglio:
e la immaginò con le braccia bianche intende a impastare farina facendo forza sulle leve degli avambracci massicci.
“Signora, signora, mi sente?...buongiorno... buongiorno, signora.. vorrei sedermi, questo è uno spazio pubblico, non è vero? posso sedermi, sa, mi piacerbbe sedermi..posso?
“Eccome no, si sieda , si sieda pure, la sedia è lì per quello, si sieda pure, faccia con comodo, si sieda!”
“Sa, sono stanca, ho camminato . ho camminato parecchio e poi..con questo caldo afoso..è terribile, fa davvero troppo caldo, non trova?
E poi lei si era seduta, e era rimasta seduta molto a lungo, tanto che a un certo punto cominciò a chiedersi se per caso le chiacchiere stordenti di quella donna ( che le stava squadernando addosso la sua vita di appartenente a una famiglia di mezzadri che avevano sempre abitato lì in quel complesso che a lei pareva già grande ma che era in realtà solo la parte più ridotta di una proprietà ben più consistente di una importante famiglia di origini nobiliari che era poi il vanto di quel paese una famiglia che aveva un proprio posto nelle storia e quello era praticamente il rustico donato al comune da quella famosa famiglia, e adesso vi si era insediata la biblioteca pubblica, bel posto, ehh, naturalmente i mezzadri abitavano ancora lì, era rimasto immutato il loro diritto antecedente, facevano lavori di giardinaggio, e in più erano dei guardiani, anche se a dire il vero c'era anche un'altra persona, che aveva questo ruolo )se le chiacchiere di quella donna dalle carni abbondanti avessero il marpionesco potere di appitonarla, facendola rimanere inane e senza risposte su quella seggiola.
O forse era tutta una finta- la finta di un animale che si autoocculta per non essere depredato- e lei era immobile e silenziosa nell'aria satura e lattiginosa perchè non sapeva che fare, e non aveva niente di meglio da fare quel giorno: poteva anche darsi che fosse semplicemente stufa e se ne difendesse con quella atarassia che sapeva di malaticcio e anche di morboso
Inerte, e in balia degli avvenimenti, ecco, così si sentiva, o forse stava incubando qualcosa, un morbo priogeno e di eziogenesi occulta, e il marasma stava originandosi mentre quella donna sembrava avere l'intenzione di porle - e glielo porgeva con quelle sue braccia carnose in leggero tremolio che sembravano agitare un invisibile mattarello per sfogliare la pasta fatta a mano- di porle davanti un piatto indigeribile- a quell'ora poi, sotto quel sole canicolare, poi!- voleva che lei trangugiasse senza storie il boccone indigesto delle sue vicissitudini scabre.
Anche se lei raccontava episodi non memorabili come se si trattasse di avvenimenti straordinari di cui l'intero orbe terracqueo avrebbe meritato bene di venire a conoscenza.:aveva una tremenda e impudica voglia di vomitare parole la governante-giardiniera, e quel giorno aveva trovato certo la cavia esatta- era atarassica lei, e lo era per troppo sfinimento, era dunque la persona giusta per sperimentare su di un straneo quella sua  logorrea che non si aspettava risposte.
E poi e poi, sempre su  insistenza di quella signora, aveva dovuto fare  la conoscenza del guardiano, che l'aveva fatta entrare in casa sua, per mostrarle una sua incredibile collezione di quadri che riempiva le pareti fino al soffitto, e il suo stordimento era aumentato allora in maniera esponenziale, l'accatastamento era ubiquo e massivo, ma che, teneva forse una pinacoteca in casa, quella casa era un vero e proprio museo, l'mpressione, la sua prima impressione era certo stata quella. Ma no, non era lui a dipingere, era un semplice appassionato,e era stato fortunato, quei quadri gli erano stati donati, non lo sapeva lei che accanto al corpo della biblioteca civica c'era una stanza abbastanza ampia dove si tenevamo mostre di pittura? Quei quadri che teneva in casa gli erano stati regalati dagli espositori, e ce ne erano perfino alcuni meritevoli, lei vide.
Naturalmente il guardiano.collezionista volle poi accompagnarla a dare un'occhiata alla sala-esposizioni, e lei si appuntò il nome dell'autore del momento, non male davvero.
A quel punto, dopo una tale overdose di rimandi uditivi e visivi accatastati in modo abnorme – non solo il vuoto pneumatico, ma pure il troppo disarticolato stroppia si era detta lei, scorata -tanto da farle riprovare improvvidamente la medesima torbida sensazione di saturazione del pomeriggio precedente, non potè che incamminarsi sulla via del ritorno, cosa che fece troncando -con un che di volitivo e perfino maleducato - ulteriori future chiacchiere che pervicamecente come piattole si sarebbero fiondate certo- era inevitabile, a quel punto - inesauribili e tremende su di lei, appioppatale come calamitanti noiosità dai suoi inaspettati interlocutori in quel bel giardino all'italiana: se lei non se ne andava sarebbero andati avanti all'infinito,con lei come cavia ascultante, e pietrificata.
Si sentiva esausta tanto che immaginò di avere anche lei sulla tempia la medesima vena azzurina( e pulsante come un serpentello che le si fosse incuneato sotto pelle, a ammorbare veleni letali con un che di aggraziato) quella vena saettante che l'aveva colpita osservandola sul volto emaciato della protagonista cinese di quell' apocalittico film in bianco e nero da lei visto in compagnia della madre.
Era stanca, certo che lei aveva fatto di tutto per stancarsi, magari quella notte avrebbe dormito bene, e pensato questo, per stancarsi maggiormente, anziché fermarsi a prendere il pullman alla fermata più vicina, si incamminò sullo stradone provinciale dall'asfaltura ribollente e metallica sotto l'ormai cronica nuvolaglia bianca e pesante.
Voleva raggiungere la fermata più avanti, proprio una vera masochista, dato che con il sudore aveva perso i sali minerali a disposizione, e certo ciò la stava portanto a uno stadio prossimo o a un collasso o un'insolazione da pronto soccorso.
E quando giunse a casa, si sentiva del tutto  bollita, e non solo per il caldo, e aveva voglia solo di mangiare un boccone e di bere a volontà.
Premette dunque il citofono, e la porta si aprì quasi in automatico, senza attese defatiganti.
Iniziò a inerpicarsi lenta su quelle scale di marmo color paglierino, che ogni venerdì subivano una accurata ripulitura e lucidatura a opera dell'apposita addetta specializzata unicamente in quello- la ripulitura di scale di più condomini della zona ,che eseguiva facendosi dare un secchio di acqua bollente da ogni singolo condomino e strofinando curva fino a specchiarvisi, e lo faceva perchè si era impelagata in un mutuo che pareva inestinguibile- certo che il lavoro dell'addetta veniva seguito in diretta dalla responsabile generale, quella che sembrava pronta alla delazione, la signora che abitava in faccia a loro, e che era sposata con un uomo più giovane, l'uomo dal parucchino nerofumo con dei ciuffi ribelli e scompigliati ad arte.
Faceva le scale- in quell'edificio non c'era ascensore e lei doveva fare otto rampe di quelle scale scivolose per via della troppa cera, due per pianerottolo- tenendo la testa  per evitare di scivolare e non vedendo l'ora di arrivare.
Ma al terzo piano, esattamente sul mezzanino e mentre stava spegnendosi automaticamente la solita lampadina che per ragioni di risparmio scattava a tempo lasciando chi saliva  nell'oscurità a meno che non la si fosse riaccesa manualmente, si imbattè quasi urtandola ( quella era ora di cena e certo non avrebbe incontrato nessuno,questo si era detto, e aveva sospirato contenta ) nella vedova del secondo piano, una donna esile e elegante,certo l'unica frequentabile lì dentro, che la fermò, e le chiese:
“ E allora, e allora , come sta sua mamma, come sta?”
Lei abbozzò, alla ricerca vana di una risposta plausibile, e breve, soprattutto breve
"Ah, la mamma.. mia mamma sta abbastanza bene, potrebbe stare meglio se si prendesse più cura di lei, ma sta bene insomma niente di particolare, come al solito, insomma..Grazie grazie per avermelo chiesto, signora, glielo dirò che ha chiesto sue notizie, ne avrà piacere, le sono grata grazie, buonasera..”
Vedendo che la signora non si spostava e che continuava a tenere gli occhi puntati su di lei con uno sguardo indefinibile si era messa a pensare ma che strano, come mai questa signora, che per tutto questo tempo si è limitata a darci un buongiorno buonasera e non si è mai fermata a parlare con me -con mia mamma non saprei, magari qualche volta l'avrà pure incontrata, mah- come mai tutto questo interessamento da parte sua sembra quasi che non mi voglia fare passare..boh
E poi, e poi la signora, quella signora, le aveva detto:
“Ma come, ma allora non lo sa, lei non sa niente... non sa che sua mamma è stata portata via in ambulanza questo pomeriggio...io credevo che stesse tornando dall'ospedale dopo averla vista, e mi ero detta ma allora se torna ci saranno buone notizie e allora le volevo sapere anche io ... ma allora nessuno l'ha avvertita.. ma allora non sa niente.. vada vada a chiedere al suo dirimpettaio, lui sa tutto, sa anche in che reparto è stata ricoverata e certo le dirà qualcosa...”
E nel dirlo scuoteva la testa, come se stesse parlando di qualcosa di cui non riuscisse a capacitarsi.
Di quello che era successo poi le erano rimasti fotogrammi accatastati e stridenti, come quella pletora disomogenea di quadri la cui visione nella casa del guardiano-collezionista le aveva procurato la voglia di chiudere le palpebre per riposarsi dopo una tale ferita estetica e disarmonica, un caleidoscopio schizoide e mutilo di significato, quello che era il prodotto di un delirio iconico che parcellizzava chi aveva la ventura di imbattervisi per mero caso.
Quando- accompagnata dal marito della dirimpettaia e dopo un viaggio che le parve si fosse svolto su un tapis roulant che la faceva fibrillare scomposta in quella sua utilitaria grigio fumo e dall'abitacolo così stretto– quando entrò nel pronto soccorso, nessuno le seppe dire nulla e per un po' venne mandata da un reparto all'altro. Poi ,quando finalmente  trovò  sua madre mentre su una barella veniva fatta uscire dalla stanza adibita alla esecuzione della tac, credette a un errore: certo quel corpo esanime, quel volto in cui spiccavano occhi dalla pupille dilatate, e pure una capigliatura sfibrata, certo non era lei, che il giorno prima si era fatta la tintura e si era messa tutta a posto, non si trattava di sua madre, era un evidente errore di persona, quell'inermità martirizzata da cannule che dovevano sopperire a regolare flussi vitali in caduta libera non era sua madre, poteva essere chiunque ma non lei.
Non c'erano dunque speranze disse il medico, qualcuno dei figli avrebbe fatto meglio a restare, era una situazione che entro poche ore avrebbe avuto un esito obbligato, l'emorragia cerebrale era stata di quelle devastanti, non si poteva fare più nulla, solo starsene lì adaspettare.
Vide le due sorelle andarsene, anche quella che aspettava un bambino che doveva nascere dopo meno di un mese, e immaginò che il suo pancione fosse sottoposto a contrazioni premature, come era capitato alla madre stessa quando, incinta del loro fratellino, aveva saputo di sua madre morta.
E era stata l'altra sorella- che quel giorno insolitamente era andata a trovarla dato che la madre in una sua telefonata aveva accennato incidentalmente al fatto che aveva intenzione di cuocere delle pesche molto mature che le erano state regalate dal fruttivendolo quel sabato- che le aveva fatto sapere che arrivata lì nessuno le aveva aperto, e allora aveva telefonato al padre che si trovava in ufficio, e erano stati loro a trovarla rantolante sul pavimento ( e quando sentì sua sorella parlare di come avevano trovato la madre agonizzante per terra, lei pensò immediatamente a come il lugubre- e ossessivo, e crudele- malato del piano di sotto certo doveva avere impugnato il manico di scopa per batterlo più e più volte  sul soffitto, per avvertire l'inquilina del piano di sopra di non permettersi di fare rumori del genere )
E quella stessa sua sorella prima di tornarsene a casa fece in tempo a dirle, forse per dare un po' di speranza a lei che rimaneva lì, che le era sembrato che durante il tragitto con l'ambulanza la mamma non fosse ancora in coma, perchè rispondeva con dei piccoli movimenti a lei che le stringeva le mani.
E invece per un' enormità di ore – uno stillicidio vero e proprio, come se anche le ore gocciolassero utilizzando lo stesso meccanismo iniettorio-defluente delle fleboclisi - le sue belle mani nervose con sul dorso delle vene guizzanti in rilievo erano state tenute poi dal fratello, che a ogni sussulto diverso dal procedere normalizzato della sua agonia le sussurrava una preghiera inventata lì per lì, un invito laico a non avere paura, mentre la figlia di quando in quando si costringeva a deviare da un suo stato molto vicino alla catatonia guardando intenzionalmente  da uno stretto finestrino di un bagno miniaturizzato- e reso obitoriale dalle  luci battenti di un neon metallico che pareva vibrare a onde per il cattivo funzionamento, forse un filo si era staccato- in giù, in un cortile dove le persone in visita sembravano muoversi al rallentatore , in un budello oppresso da una luce scialitica che non produceva ombra.
Accanto al letto della madre agonizzante- che nessun paravento proteggeva sacralmente da sguardi stolidi- era stesa una vecchia affetta da morbi cronici di non si sa quale natura, una vecchia cattiva lei pensò, dato che a ogni sussulto più forte della norma si scocciava impunita e lo si capiva da una smorfia che le si stampava allora sul volto, come se il sentire quei respiri convulsi le procurasse un fastidio inenarrabile, impedendole di scivolare in un sonno pesante,accidenti, ma le infermiere non avrebbero potuto mettere quella donna in un altra stanza, lei desiderava solo dormire lei, e quella con i suoi respiri di mantice le dava fastidio, le dava.
E quando ci fu un ultimo respiro- una cesura operata da un bisturi affilato al massimo-la figlia ebbe un tempo azzerato per poterle dare un saluto decente, urlò ma non quanto avrebbe voluto, la baciò sulle labbra che erano rimaste ferme in un sospiro di liberazione, e lei e suo fratello se la videro portare immediatamente via da alcune infermiere silenziose, non c'era tempo, non c'era tempo : era ricoperta da un lenzuolo bianco, e doveva essere portata in uno spazio più idoneo,  erano le tre di mattina, e la vecchia cattiva – oh, la sua faccia , oh la sua faccia schifiltosa , la sua faccia che sarebbe stata bene in un quadro delirante e maligno di bosch, in uno di quei suoi quadri stracolmi di volti impeciati, e ghignanti- finalmente avrebbe potuto tornarsene a dormire come se niente fosse avvenuto nel lettuccio accanto al suo.
E adesso, adesso i giorni continuavano ottusi a trascorrere e lei era lì nella sua camera da letto, e non riusciva a chiudere gli occhi.
Quel perdurante maniacale gocciolio nel bagno che era al di la della parete screpolata su cui era posizionata la testata del suo letto- gocciolo testardo e accompagnato come sempre da un alieno tremolio metallico che faveva vibrare l'apparato freddo delle scanalature vuote dell'intero edificio - le suggeriva l'azzardato paragone con una presunta deriva acustica di uno scintillio ipnotico di un cronometro inserito nel suo sistema uditivo, che doveva servire certo a preavvertirla della spietatezza del tempo, che dopo la morte della madre aveva assunto una caratura diversa.
Ora lei sentiva – vedeva anche – il millemetrico fluire degli istanti, quasi fosse in grado di percepire ogni secondo come se dovesse fronteggiare una disseminazione anemofila che avvenisse in una tetra atmosfera pressurizzata, per non permetterle alcuno scampo.
A lei sembrava di stare ammalandosi, forse – oltre alle cellule dell'ipotalamo bruciate dall'incurabile morbo detto dell'insonnia mortale, morbo della famiglia dei prioni, gli stessi che portavano alla pazzia le mucche- stava incubando in contemporanea i sintomi della cosidetta febbre terzana e subito a questo pensiero le venivano in mente strani termini spezzettati senza senso compiuto, li ricordava vagamente come se fossero avvolti da una nebulosa.
Dicevano, dicevano suppergiù quei versi spezzati e avvolti da un qualcosa di opaco, ecco quello che ricordava, almeno credeva “ in quanto segno acqueo, muove la pituita alla febbre terzana, e molto spesso duplice e con eccesso di putredine, significa inoltre il veleno,ogni genere di...” e questo era solo un accenno di quei tanti termini scoordinati,  tratti da antiche pagine di uno dei primi trattati di astrologia, che affermavano che a ogni segno corrispondevano determinate malattie e organi, preannunciando con quel linguaggio esoterico  che certo le persone appartenenti a quel segno erano destinate a ammalarsi di quei particolari morbi, morbi incurabili e fatali.
Lei ricordava anche - e questa volta con precisione -“freddo e caldo sento che mi piglia , ho la febbre terzana, tremano le budella, il cuore e l'anima si assottigliano ”.questi erano invece-  e lo sapeva perchè le erano rimasti impressi, erano versi dotati di forza come un grido- erano  i graffiti lasciati sui muri di prigioni sotterranee dalle femmine acccusate di maleficio ai tempi dell'inquisizione...
E lei scottava, e si rivoltava nel letto, e non riusciva a prendere sonno, vinta da un contaminante alieno, e tossico, come da un demone.
E allora, in un ultimo tentativo che sentiva già vano, accendeva la radio e cercava una programmazione sulla quale fermarsi per un po', e spesso su un tappeto di onde elettromagnetiche emesse da una stazione che sapeva pure dove era ubicata, ascoltava voci assertive- e un po' troppo melliflue per i suoi gusti- che volevano convincerla della giustezza del cristianesimo, unica dottrina fatta di parole capaci di lenire.
Introdotti da musichette ibride ( commistioni abnormi di canti liturgici classicheggianti malamente inframezzati da note che parevano troppo simili ai modelli standard delle colonne sonore di filmoni poco meno che hollywoodiani ) sul cui fondo voci senza età e dai timbri assessuati richiedevano l' unione spasmodica con l'unico, dopo una vita di mali e perdizioni( oddio mio, oddio mio) ecco che un alternarsi magnetico di voci maschili e femminili si dava il cambio per le preghiere dette della compieta, le ultime della giornata, tutte le preghiere della sera fino al nunc dimittis.
Niente, nulla da fare quella liturgia dogmatica che in ogni frase (oh, come quella loro tonalità era assurdamente dolce, dolce fino allo sfinimento, lei era irretita, o meglio tramortita, tramortita da vibrazioni sinusoidali di radiazioni random che la tenevano stesa immobile, ne era superficialmente stordita come le capitava le prime volte in cui aveva usato l'acqua ragia per pulire i pennelli, o come quando la madre usava le sue trieline e tutti quei composti chimici pericolosi da usarsi in casa) quella liturgia che in ogni frase alludeva a una colpa incancellabile che si doveva scontare con tormenti variegati, la faceva stare ancora più pervicacemente abbarbicata come un parassita al suo stato di dolore, e il risultato di quell'ascolto era antitetico ai suoi desideri, se ne stava poi ancora più sveglia, a rimuginare pensieri che le si incuneavano sotto pelle-esattamente intorno al pericardio- come i chiodini di ottone a testa rotonda conficcati a tenere fermo il cuoio verde delle loro belle sedie antiche.
E allora pensava pensava, e le veniva alla mente la visione di quei favi incollati alle bianche listarelle interne delle persiane della casa di campagna, che lei tentava vanamente di eliminare , e che ogni volta, da lì a poco,si riformavano, e si riformavano negli stessi posti inospitali.
Erano dei favi grigiastri, composti di alveoli essiccati il cui materiale di formazione aveva l'aspetto di fogli di carta in decomposizione, e le cellette erano del tutto vuote, eppure, eppure in una celletta semichiusa e in sfaldamento erosivo, c'era sempre una ape solitaria e di non si sa che sesso- quasi certamente era un'ape operaia, sterile forse- che rimaneva vanamente lì a pulsare con il suo addome gonfio, nell'inutile tentativo fantasmatico di succhiare linfa vitale da inesistenti incrostazioni di miele mai fatto oppure svanito e divorato da altri, per potere sopravvivere in quegli inverni senza fine, sopravvivere purchessia.

 

postato da: DOMACCIA alle ore 20:35 | link | commenti (7)
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